Nell’astio di oggi c’è la mestizia di «chi aspetta la pioggia per non piangere da solo»

Nel momento in cui scrivo, non so ancora se il Governo cadrà definitivamente o barcollerà un po’ per poi sostituire semplicemente la compagine di Italia Viva e trovare altri voti in Parlamento per andare avanti. Non lo so, ripeto, e sinceramente poco m’interessa. Avrei evitato una crisi del genere al buio e nella situazione che stiamo attraversando, ma devo anche ammettere che non è pensabile sospendere tutti gli avvenimenti che in politica si possano dare (e no, non sto dicendo che quelli che si sono manifestati in queste ore mi facciano piacere), finché dalla pandemia vaccino non ci separi.

Non voglio qui attribuir torti e ragioni; mi limito a osservare alcune reazioni a quel che accade. Fra queste, quella che si ripete più spesso nei commenti di militanti e dirigenti Pd. Si leggono locuzioni quali «bullismo istituzionale», accuse di «spregiudicatezza», condanne per la sua «sfrenata ambizione», e sto volutamente tralasciando le peggiori e più ingenerose. Ma scusate, amici, cosa c’è di diverso oggi in Renzi rispetto a ieri? Non era forse la sua «sfrenata ambizione» che lo portò a desiderare subito per sé il posto di quello che, poche settimane prima, aveva rassicurato con tanto di hashtag (curiosamente, proprio in questi giorni del gennaio di sette anni fa)? Non fu la sua «spregiudicatezza» a fargli ottenere l’incarico di governo con la stessa maggioranza che sosteneva il suo compagno di partito e dopo aver mille e mille volte detto che mai sarebbe andato a Palazzo Chigi senza prima esser passato dalle urne (che non decidono chi va lì, ma ormai è superfluo eccepire)? Non fu il suo «bullismo istituzionale» a fargli mettere nel mirino, dal giorno stesso della presa del comando, tutti quelli che non lo osannavano, affibbiando loro epiteti da giornalino per ragazzi e ignorandone o irridendone richieste, proposte, funzioni (e lascio stare l’elenco, ché tutti sapreste agevolmente ricostruire)? E i severi censori che adesso lo voglio imputato nel giudizio duro della cronaca, paventandone la sicura condanna in quello eterno della storia, dov’erano quando quegli stessi comportamenti e modi che dicono esecrare venivano, come fendenti, in altre stagioni e contro altri bersagli vibrati? Pure qui, non farò l’elenco: bastano le immagini che ognuno di noi ha nella sua memoria.

Nessuno, poi, argomenta sui motivi spiegati dal leader di Iv per sostenere la loro decisione di lasciare il governo Conte, e forse a ragione, dato quanto Renzi potrebbe averli strumentalmente usati. Tanti, invece, spiegano che non si può far cadere un governo con i morti che si contano a centinaia, e qui però fanno a tutti il torto di strumentalizzare loro la pandemia, come accusano di fare quelli che su quei dati misurano l’inefficienza dei governi che politicamente, o pregiudizialmente, avversano. Su questo, in fondo, gli attuali censori di Renzi che già ne furono sostenitori sono coerenti, parteggiando per il governo Conte con gli stessi argomenti e la stessa professione di ineluttabilità del suo ruolo che usarono per l’indiretto predecessore: all’epoca, la funzione di baluardo era dovuta alla presenza dell’orribile minaccia dei barbari populisti alle porte (e credo alludessero precisamente a coloro con i quali sono alleati e che hanno indicato il presidente del Consiglio che difendono); adesso, la medesima assenza di alternative è evocata nello scenario cupo dei giorni tristi che da un anno viviamo, e che, a loro detta, sicuramente peggiorerebbe, se al timone del Paese non ci fossero quelli che ci sono.

Nel farsi della mia formazione, forte s’è radicato l’impedimento a esprimer pareri a riguardo. Ma non posso evitare di notare come, in questa circostanza e in altre che potrebbero venirmi in mente, valutazioni come quelle che leggiamo negli ultimi giorni nei confronti dell’ex segretario Pd non muovano quasi mai da considerazioni individuali su quanto fatto, ma vengano generate e spinte dal consenso che intorno a questo, o contro di ciò, si osserva nel momento in cui avvengono le azioni che si giudicano, e verso cosa, o chi, le stesse sono rivolte. Si ride o si piange se il Renzi di turno fa cadere il governo o si scaglia sui suoi avversari non per il modo o l’occasione in cui avviene, ma per l’accordo che intorno a quanto accade si percepisce. E allora si ride solo se si sente ridere, si grida solo se si sente gridare, si applaude solo se si sente applaudire, e si aspetta la pioggia, pur di non piangere da soli.

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