La libertà sui social è un nodo da sciogliere. E con ridotti spazi di confronto dal vivo, ancora di più

«Twitter ha fatto bene a espellere Trump? La stretta di Big Tech è una censura?», chiede Andrea Marinelli a Jill Lepore, per il Corriere della Sera in edicola l’altro ieri, martedì 12 gennaio 2021. E la professoressa di Harvard risponde senza esitazioni: «Avrebbe dovuto farlo molto tempo fa. I social media sono aziende private che – volontariamente o meno – hanno accumulato un enorme potere nel dibattito pubblico. Possono espellere chi vogliono, nessuno ha diritto ad avere un account. Non dico sia giusto, c’è bisogno di una grande riforma di queste piattaforme: nel momento in cui Trump incita una rivolta contro il governo, però, accidenti se hanno fatto bene».

Jill Lepore è una delle firme che più apprezzo, e i suoi articoli sul New Yorker tra quelli che leggo sempre con maggiore attenzione. Quindi non c’è nulla di prevenuto in me nel dire che il suo commento alla decisione di Twitter di “bannare” Donald Trump mi sembra un po’ troppo – non saprei come altro definirlo – americano. Americano nel senso della spiccata pragmaticità che riempie quel mondo. Il suo ragionamento è, semplificando: non è centrale, in questo caso, discutere se quanto fatto sia giusto su un piano ideale, ma se sia efficace e positivo su quello concreto. E lì, innegabilmente, lo è; se Trump usa i social per incitare i suoi, con le conseguenze che abbiamo visto, chiudiamogli l’accesso ai social, così almeno un problema lo avremo evitato. La mia posizione al riguardo, però, è un po’ diversa. Per dirla con le parole di un’altra che certo non stima il prossimo ex presidente Usa, Angela Merkel, la questione della chiusura dell’account di Trump presenta aspetti decisamente problematici. Ci sono nodi da sciogliere, in relazione al rapporto fra la libertà di espressione e chi, nei fatti o di diritto, può impedirla, e può non bastare un Alessandro americano capace di reciderli di netto con la spada della valutazione pratica delle azioni, che porta a valle il giudizio su queste, spostandolo non sulle modalità in cui si realizzano, ma sugli effetti che producono.

Come meglio di me spiega la stessa professoressa di Harvard, se un presidente uscente incita a una rivolta contro le istituzioni, e contro il sistema democratico in cui è stato legittimante sconfitto, silenziarlo non può che essere positivo, e finanche doveroso. Il tema da approfondire riguarda la corretta individuazione di chi possa e debba decidere in tal senso. Che a farlo sia il proprietario dello spazio su cui si dibatte e discute mi lascia molto perplesso. Soprattutto in un frangente della storia come quello che stiamo vivendo.

Anche a causa della pandemia, che limita, quando non esclude del tutto, le possibilità di confronto e discussione dal vivo e in presenza, la dimensione e il ruolo sociale dei social (mi passerete il gioco di parole), il loro valore umano e politico, negli ultimi tempi sono enormemente aumentati. Ed è chiaramente un potere quello di consentire a questo o a quelli di parlare o meno. Un potere non virtuale, ma reale, con effetti e conseguenze nella real life delle persone e delle società.

Ripeto, non sto giudicando il caso specifico; è però innegabile che ridurre la questione (eventualità a cui pure il ragionamento della Lepore rischia di prestarsi con quella sua risposta) al fatto che nessuno abbia sancito da qualche parte il diritto di avere un account su una piattaforma social privata, non basta e non risolve il problema. E non lo risolve nemmeno per i Big Tech stessi, come dimostra il crollo azionario di Twitter dopo quella scelta, probabilmente legato al fatto che la possibilità di vedersi chiusi d’arbitrio il profilo potrebbe spingere molti ad abbandonare il social, diminuendone il numero di utenti e, quindi, le capacità di far introiti attraverso canali pubblicitari o la vendita di servizi.

Non credo che la soluzione sia nemmeno quella di augurarsi il proliferare di mille e mille piattaforme, in una supposta palingenesi dell’internet in veste iper-pluralista; per come mi pare di aver capito funzionino i social (e quelli come Twitter in particolare), questi hanno senso se vi si iscrivono a milioni con orientamenti, idee e gusti differenti. Molti social piccoli non saranno tanto più liberi, quanto costituiranno numerose bolle più o meno grandi in cui confrontarsi fra chi la pensa circa su tutto quasi come noi. Non un gran servizio all’umanità, mi sembra di poter dire.

Ecco allora che il tema si fa politico, nel senso pieno del termine. E la politica, nelle sue forme istituzionali e istituzionalizzate, deve porselo e cercare di agire direttamente. Vedete, riprendendo uno slogan di tempi andati e adattandolo al presente, sarebbe ora di provare a portare la democrazia nella rete e sui social. E portare la democrazia significa, appunto, stabilire regole condivise, comuni, chiare e conosciute, e individuare chi deve e può farle rispettare. Perché a rischio c’è ben di più che il destino di un leader sconfitto nelle urne e rancoroso nelle piazze o i valori azionari di qualche colosso della Silicon Valley.

Sono i canali, i modi e le forme organizzative della comunicazione, e quindi anche di formazione del pensiero e della cultura, dell’oggi e magari pure di un bel po’ di domani, quelli di cui stiamo discutendo; occuparcene è pertanto interesse collettivo.  

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