L’altro era quello che ancora non molla

Biden ha vinto negli Usa, e io ne sono contento. Ma mi è capitato di leggere tante cose, anche quella per cui, Trump, tutto sommato, ha preso un gran numero di voti, rappresenta un grosso pezzo d’America, e che non si può non dimenticare questo aspetto. Giusto: io non lo dimentico, infatti. E credo che nessuno lo faccia. Più di tutto, mi hanno stupito i commenti, da sinistra, detti o scritti sul fatto che Biden non sia di sinistra e che quindi, per la sinistra, c’è poco da festeggiare. Sinceramente, non capisco.

Certo che Biden non è di sinistra: è di centro. Ma ha saputo unire il suo partito, dalla sinistra di Sanders fino al clan dei Clinton, e inoltre, se dalla conta dei voti espressi (entro) il 3 novembre non fosse risultato vincitore lui, avrebbe voluto dire che per altri quattro anni alla Casa Bianca ci sarebbe stato quello che ancora oggi è attaccato con le unghie alla scrivania dell’Oval Office. E sarebbe, a mio avviso, stato molto peggio pure, anzi, proprio per la sinistra. Detto ciò, provo a rispondere anche sulla questione della grossa rappresentanza che Trump ancora incarna, e che c’è, non si può negare. Ma non si deve nemmeno negare che Biden abbia vinto su Trump più o meno con gli stessi margini con cui Trump sconfisse la Clinton quattro anni fa; e non è che si può dire che una parte politica non capisca il territorio, e questo spiega perché in determinate circostanze non abbia vinto, mentre l’altra lo capisce sempre, persino quando perde.   

Perché in fondo, a guardare alcuni dati elettorali, soprattutto provenienti da quegli Stati che costituirono la Rust Belt (etichetta che sarebbe ora di cambiare) e alcune prime propaggini del Midwest partendo dalla East Coast, pare che Trump abbia commesso un errore di valutazione non diverso da quello commesso quattro anni fa dalla sua avversaria. Allora, i dem immaginavano i luoghi della grande storia del ceto medio operaio ancora un formidabile bacino di voti per il partito con l’asinello, ignorando o sottovalutando mutazioni come quella che, negli stessi mesi della campagna elettorale, andava scrivendo J.D. Vance nella sua Elegia Americana. Oggi, il tycoon frontman del Gop ha impostato tutta la sua azione politica immaginando che quei luoghi fossero ancora popolati solamente dagli Hillbilly di quel libro, astiosi contro le élites intellettuali del Paese, spaventati dalla concorrenza dei migranti, rancorosi per le delocalizzazioni delle industrie, nel loro sentire, amiche dei democratici.

Quegli elettori ci sono ancora, ma altri se ne sono aggiunti, e molti hanno deciso di farsi vivi in queste elezioni, dopo aver disertato le precedenti, proprio per chiedere che anche il loro punto di vista fosse contato e tenuto in una maggiore considerazione. Quei sentimenti sono presenti, però insieme ad altri che si stanno affacciando. E non solo lì, se si pensa all’andamento elettorale nelle aree al confine sud-occidentale degli Stati Uniti.

Ed è vero, come il New York Times titola l’articolo di approfondimento di Dan Barry, che «the election is over; the nation’s rifts remain». Ma è vero anche che così non deve per forza essere a lungo, almeno non nel senso di una contrapposizione armata (e non è un’esagerazione, considerando quante se ne sono viste in giro), e che tale contrasto può risolversi all’interno della pratica della democrazia e del governo della repubblica; ed è probabilmente questo il compito più duro e difficile che attende presidente e vice presidente eletti, come tutti i loro sostenitori che saranno impegnanti nel prossimo futuro nella pratica esecutiva e nel necessario percorso legislativo.

Da qui, forse adesso più di prima e per questo, si tifa perché Biden e la Harris abbiano successo.

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