Nel mentre commentiamo le uscite di un’altrimenti anonima signora di Mondello

Cos’è successo in questi mesi? Una pandemia ci ha investito, colpito in faccia con la forza di un treno. E ci ha fatto più male perché non lo credevamo possibile. Noi, al contrario dei primi spettatori delle invenzioni dei fratelli Lumière, non pensavamo possibile che quella locomotiva uscisse dallo schermo e ci investisse con tutta la sua forza. Invece lo ha fatto. E noi, presunti dominatori della natura per mezzo della scienza, abbiamo sbandato cercando un perché, un come. Che non c’erano, perché le cose accadono e seguono spesso linee che non riusciamo del tutto a prevedere, anche con la migliore delle nostre tecniche passate per saggezza.

Ma cos’è successo oltre quel dolore, oltre quei morti che mai piangeremo abbastanza? Che abbiamo tirato fuori quello che eravamo, perché siamo sempre un popolo che nei cambiamenti rivela il suo animo, più che rivoluzionare i propri modi. E così, accanto, prima della solidarietà, abbiamo iniziato la caccia all’asiatico, al runner, al passeggiatore, a chi per disperazione usciva di casa, a chi cercava una scusa per non vivere da solo i giorni che comunque sarebbero stati i suoi ultimi, al di là della malattia dell’epoca e ancor più per paura di questa. Abbiamo cercato i colpevoli. «Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo proposito, un uomo d’ingegno, le piace più di attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi». Lo scriveva il Manzoni a proposito della peste di Milano nei suoi Promessi sposi. Vale ancora oggi, e non solo per il “popolino”, per la “gente”, pure per quelli che si pensano e dicono colti, pronti a dar la croce addosso all’ultimo disgraziato che non ha capito la gravità del momento o alla prima esuberante ignara che dimostri la sua sottovalutazione dei problemi.

E così, mentre dai nostri divani arricchivamo i vari padroni dell’industria da remoto, pronti ad allietarci le serate in streaming e portarci a casa ogni cosa potevamo pagare, sfruttando magazzinieri, corrieri e fattorini ed accumulando capitali ben oltre i più esosi sogni dei paperoni d’un tempo, dagli stessi sofà irridevamo una donna con pochi strumenti e altrettanto scarse risorse, come tanti spinti a guadagnarsi di che vivere cercando di strappare alla sorte o al caso qualche lira in più nei modi che questo o quella le ponevano innanzi.

Se solo un po’ di quella nostra indignazione per le performance di un’Angela da Mondello fosse andata, per qualche minuto, verso i risultati in termini di utili e capitalizzazione al riparo da tassazioni adeguate al periodo e alle necessità della società in cui sono state maturate, se invece di pretendere il silenziamento di un’altrimenti afona sconosciuta – ché è nota più per il nostro disappunto sulle sue parole che per proprie forze comunicative – ci esprimessimo con altrettanto sdegno sul regime fiscale di favore di cui godono questi nuovi ricchi e chiedessimo con pari vigore l’applicazione di regimi impositivi a quelle sostanze progressivamente proporzionate, credo che risolveremmo davvero qualche problema in più.

Pagando solo lo scotto di qualche “like” in meno, peraltro.  

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