La pacchia, precisamente

Non mi intristiscono le parole del Salvini qualunque, intenzionato a fare l’unica cosa che sa fare, chiedere e raccogliere voti per evitare di dover offrire e dare risposte; mi fanno male i tanti applausi e consensi che riceve. Perché è come ci insegnò Karl Stojka, austriaco di origine rom internato ad Auschwitz, non furono materialmente e fisicamente gli alti vertici del partito nazista a deportarlo, picchiarlo, uccidere i suoi famigliari, ma «il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, il dottore, a cui fu data un’uniforme e credettero di essere la razza superiore». Se nessuno lo segue, il cattivo non può farsi leader, e se nessuno concorda, quando il cattivo dice, parlando di migranti che chiama «clandestini» per svilirli ancor prima di accusarli, «la pacchia è finita», rimane un ciarlatano che urla da solo in piazza.

Ma c’è un di più di cattiveria collettiva, nelle parole a cui il cattivo capo dà voce: quello per cui si pensa davvero che sia una «pacchia» mettersi in mare a rischio di morte nella speranza di una vita migliore. E allora, guardiamola bene, questa pacchia. Anzi, lasciamocela raccontare dalle cose che succedono. Come ha fatto Giorgio Ruta, per Repubblica: «Questa è la storia di un ragazzo morto senza un perché. O forse quella di un sistema che non funziona e di diritti calpestati. È la storia di Abou Dakite partito nel 2017 dalla Costa d’Avorio e deceduto a 15 anni, il 5 ottobre scorso, in un letto di un ospedale di Palermo. Potrebbe aver perso la vita per una setticemia, dopo esser stato per 10 giorni sulla nave quarantena Allegra, dove per 600 migranti c’era soltanto un medico». Una pacchia, proprio.

La mia personale angoscia, dinanzi a drammi simili, è nel considerare la mancanza, non dico di empatia, ma persino di semplice immedesimazione. Cos’ha fatto sì che non fossi disperato come Abou? Che nascessi già dall’altra parte di quel mare che lui ha provato ad attraversare con gli esiti raccontati? Che non dovessi incamminarmi lungo il deserto, finire in un centro di detenzione in Libia, subire indicibili torture? Sareste pronti a rivendicare il merito per qualunque cosa vi capiti di desiderare o avere; ditemi i meriti che abbiamo, per non esser noi al posto loro?

Per non godere anche noi della «pacchia» per loro preparata?

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