Può essere; «però voi queste cose non le dite». Tantomeno le fate

«Lo sforzo cinese fa discutere i politologi sulla “diplomazia del vaccino”, dopo quella delle mascherine. Pechino ha promesso di aiutare i Paesi in via di sviluppo, in particolare i vicini Malesia, Thailandia, Cambogia e Laos; ha offerto dosi per l’intera Africa; ha stanziato un miliardo di dollari a favore dell’America Latina per un fondo di approvvigionamento; ha appena sottoscritto un accordo con lo Stato di San Paolo in Brasile per 46 milioni di dosi. La Cina è entrata anche nell’alleanza Covax dell’Oms, che Washington ha snobbato. Tutte mosse che tendono a mettere in risalto la generosità cinese a fronte del principio “America First” del presidente degli Stati Uniti».

Così racconta Guido Santevecchi, sul Corriere della Sera di ieri. E continua: «Il ministero degli Esteri cinese risponde a chi sospetta che sia tutta un’operazione di propaganda sanitaria per accrescere l’influenza nel mondo che “si tratta solo di cooperazione internazionale da parte di una potenza che vuole comportarsi da attore responsabile sulla scena mondiale”. Ha detto Xi Jinping che un vaccino sviluppato in Cina sarebbe considerato “bene comune dell’umanità” e non riservato al popolo cinese. È chiaro il messaggio politico: dopo lo choc e le accuse subite per lo scoppio dell’epidemia a Wuhan, il Partito-Stato vorrebbe presentarsi come salvatore del mondo». Può essere che sia effettivamente solo una campagna di propaganda su larga scala. Però, per citare il Maestrone, «voi queste cose non le dite». Voi, anzi, noi Paesi d’Occidente, quando non siamo occupati a far la gara a chi si assicura più dosi di questo o quel farmaco, al massimo ragioniamo in termini di unioni fra Stati già definite, europei o nord-americani; di vaccino quale «bene comune dell’umanità» e di soldi stanziati e ricerca scientifica condotta in favore di altri, in questa fase, nelle capitali del mondo ricco non è che se ne senta molto parlare. Se avete la bontà di leggere oltre, vorrei provare non a fare una previsione, ma a raccontare il già stato che può tornare utile sapere.

Scrive Eckart Conze, ricostruendo i fatti di Versailles e le trattative per l’allora costituenda Società delle Nazioni a proposito della disillusione che in quei mesi subirono in tanti fra i delegati delle nazioni del Sud del mondo, prima fiduciosi nell’accoglimento delle loro legittime aspettative da parte dei campioni, a parole, dell’autodeterminazione dei popoli, gli Stati Uniti e il loro presidente Woodrow Wilson, poi inesorabilmente delusi: «Rappresentativa di questo sviluppo è la storia del già citato Nguyen Ai Quoc (“Nguyen il patriota”), che nel giugno del 1919, si racconta, tentò di consegnare a Wilson una petizione intitolata Le richieste del popolo di Annam. Secondo alcuni resoconti, Nguyen aveva persino preso in prestito un frac per l’occasione. Ma il suo tentativo non ebbe successo: non ci fu alcun incontro tra lui e il presidente americano, che forse non ricevette mai la petizione del futuro leader vietnamita. Deluso da Wilson, Nguyen si sarebbe poi rivolto a Marx, Lenin e al bolscevismo. “È stato il patriottismo e non il comunismo a farmi credere in Lenin” avrebbe scritto qualche tempo dopo, quando già aveva preso il nome di Ho Chi Minh» (E. Conze, 1919. La grande illusione, Rizzoli, 2019, pag. 204).

Certo, nessuno sa come andrà il domani, ma sappiamo tutti com’è andato l’ieri.

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