Anche se ci crediamo assolti

Scrive Mauro Magatti, in un bell’editoriale sul Corriere della Sera di martedì scorso: «c’è una quota crescente di persone, ormai deluse delle tante promesse tradite, che non crede più in parole come “progresso” o “crescita”. Una sfiducia che nasce dalla sensazione di non essere più all’altezza di un mondo che diventa sempre più difficile e sfidante. Che si tratti di anziani affidati alla protezione di una pensione spesso misera o di giovani poco scolarizzati che sopravvivono con “lavoretti” che non permettono di costruire alcun curriculum, la sostanza non cambia. Un senso di abbandono che fa perdere la speranza di poter avere ancora qualcosa da dire e fare in un’epoca come questa. E non senza ragione: riuscire a stare al passo della nostra società richiede un continuo adattamento che ha sì bisogno di uno sforzo personale, ma che ha soprattutto bisogno di contesti (affettivi, organizzativi, finanziari, istituzionali) che non sono certo alla portata di tutti. […] È in questo contesto che si possono spiegare i negazionismi più assurdi, i populismi più radicali e le pulsioni violente che affiorano d’improvviso un po’ dappertutto. Al fondo, cresce l’intolleranza nei confronti della stessa modernità».

Ha ragione Magatti. Ne ha anche quando scrive, in conclusione delle sue riflessioni, che se in molti scivolano verso quel «rifiuto della modernità» – con tutto ciò che a essa è connesso: scienza, tecnica, economia, infine democrazia –, diventa per tanti altri «urgente sviluppare un approccio critico capace di apprezzare i successi ma anche di riconoscere le numerose distorsioni che le nostre società super avanzate hanno prodotto e continuano a produrre. […] Senza questo approccio critico — che interpella la politica, ma anche le imprese, la scienza, la scuola, la religione — la difesa di principio di ciò che la nostra civiltà ha prodotto di buono rischia di rivoltarsi nel suo contrario». Tanti altri, quasi tutti gli altri, a pensarci bene.

Lo abbiamo visto, per eterogenesi dei fini, in questi mesi di coronavirus. La pur giusta difesa delle ragioni della scienza ha ridotto il mondo a ergere un susseguirsi di confini invalicabili come non avveniva da decenni, colpendo chi sull’attraversamento di questi campava o sperava, e le scelte di contenimento della diffusione del morbo hanno pesato più su alcuni che su altri. Gli stessi che già pativano maggiori difficoltà nel rapportarsi al mondo così come organizzato, e i medesimi che, nell’impatto della malattia, hanno dovuto fronteggiare, e continuano a farlo, pure sulla salute gli effetti peggiori e più devastanti. È un cortocircuito da cui difficilmente se ne esce, ma per il quale è doveroso impegnarsi a risolverlo.

Altrimenti, saremo noi quelli di cui cantava De André, autoconvinti d’esser nel giusto eppure, per i molti al di fuori del nostro novero, per sempre coinvolti, coautori di un’organizzazione della società da questi avvertita come vessatoria e penalizzante, e che la loro, comprensibile nell’animo quand’anche non condivisibile per modi scelti e obiettivi individuati, voglia di rivalsa punta a far saltare.

Con tutto il buono che v’è contenuto, ovviamente e purtroppo.

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