Ma allora perché facciamo tanto gli schizzinosi sui soldi del Mes?

Durante le ultime settimane di lockdown, attraverso la recinzione del giardino del condominio in cui vivo, una vicina, ritornando a piedi dal supermercato verso casa sua, si ferma a salutare me e mio figlio. Dopo aver scambiato alcune battute col bambino, mi dice (mi scuseranno i piemontesi per come riporto le frasi, a sei mesi da allora): «State a casa, state a casa; e mi i ston. Prima dovevamo fare la quarantena, poi è diventata “cinquantena”: facciamoci pure la novena di Natale, e non parliamone più. Accendi il televisore, e la storia è sempre quella: state a casa. Va bin; ma vuiauti, cos i feve?». Già: cosa fate? Cos’avete fatto, da quei giorni a oggi?

Qui non sto discutendo le misure che vanno a incidere sui comportamenti individuali decise l’altro giorno, soprattutto alla luce dell’andamento dei dati sui nuovi contagi, le sanzioni previste per chi non le segue pedissequamente o i possibili (minacciati?) inasprimenti, in caso di inosservanza diffusa. No, qui mi sto chiedendo che cosa abbiano fatto davvero loro. Il Governo tutto, spiegando la necessità di un’assunzione di responsabilità comune, aggiunge che, se i contagi dovessero crescere, il sistema sanitario andrà in difficoltà. E non metto in dubbio che sia così. Ma, come la mia vicina di casa, mi chiedo: cosa avete fatto per rendere più forte quel sistema? Perché se ancora abbiamo paura che vada in crisi, forse si doveva potenziarlo meglio, incrementando le strutture per la cura dei casi più gravi e complicati, intensificando la rete e i metodi di screening; e non sono io a pensare che siano stati sottovalutati alcuni aspetti, ma uno come Andrea Crisanti, che pure il Governo pareva ascoltare e che ci informa, ora,  di come e quanto il suo piano per incrementare i test alla ricerca dei contagiati sia stato ignorato. E si potenzia, un sistema quale quello sanitario, utilizzando, per realizzare gli obiettivi precisamente fissati, tutto ciò che è utilizzabile, fondi del Mes compresi (per non dire per primi, vista la disponibilità e la consistenza).

Invece no; mesi passati fra l’autocelebrazione del presunto “modello italiano” e, contemporaneamente, il girare per i tavoli di Bruxelles a chiedere solidarietà e, chiamiamo le cose col loro nome, soldi. Roba che uno si domanda dove stia la verità. Cioè, se siamo stati i più bravi, stiamo meglio degli altri, e gli altri, ça va sans dire, stanno peggio di noi: perché, quindi, si cerca aiuto se si sta meglio e come potrebbero, quelli che stanno peggio di noi, darcelo? Oppure, al contrario, siamo messi malissimo, e ci servono soldi e ci servono subito: di conseguenza, accediamo a questa strabenedetta linea di credito dedicata per le spese sanitarie direttamente e indirettamente collegate alla pandemia da coronavirus del fondo salva-Stati, da cui sono state pure eliminate le condizioni che spaventavano ai tempi in cui vi si accedeva per altri motivi e del quale sono state favorevolmente riviste le condizioni, e usiamoli presto e usiamoli bene.

Però, di tutto questo si tace, dal piano nobile di Palazzo Chigi. Si sono fatti videomessaggi in notturna, così da tener sempre e meglio alta la tensione, immagino, in un periodo già per nulla rassicurante, si è vestito il volto terreo della serietà che sempre porta chi vuole incutere il timore dell’autorità, difettando d’autorevolezza, si lanciano ora appelli alla responsabilità, perché si capisca subito che, qualora qualcosa vada male, la colpa sarà da cercarsi nell’agire quotidiano dei governati, non nelle disposizioni emergenziali dei governanti.

C’è tuttavia un punto che pare sfuggire ai rappresentanti dello Stato e del suo governo. Quando si chiede responsabilità agli altri, bisognerebbe dimostrarne altrettanta, e non solo indossando le mascherine a favor di telecamera o nella propria foto sul profilo social. Se ci sono difficoltà alle spalle dell’importanza di quelle che abbiamo tutti vissuto e si teme che possano essercene altre davanti, potenzialmente non meno pericolose e dure, allora si mette in campo ogni forza che si ha e si può avere; non certo si lesinano mezzi perché uno dei due contraenti del patto di maggioranza teme di perdere qualche punto nei sondaggi o alle elezioni.

Eventualità, quest’ultima, peraltro già ampiamente e comunque concretizzatasi.

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