Politici all’altezza del ruolo che hanno (ovvero, le sempre precise parole di Steinmeier)

«Presidente Steinmeier, come ha vissuto la pandemia nelle relazioni fra Italia e Germania», chiede Tonia Mastrobuoni, per Repubblica del 17 settembre, al capo di Stato tedesco. «I tedeschi hanno seguito con grande sgomento le sofferenze della gente in Italia. Gli italiani sono stati colpiti dal coronavirus prima e più duramente di noi. In Germania e anche in altri Paesi europei all’inizio dell’emergenza vi è stato, come per riflesso, un ripiegamento verso l’interno. Anche la chiusura dei confini doveva servire alla lotta contro la diffusione del virus. Ciò ha scatenato critiche e ha gravato sulle reciproche relazioni. Molto presto ci si è accorti che nessun Paese avrebbe potuto sconfiggere da solo il virus. In quel periodo, il Presidente Mattarella e io ci siamo sentiti spesso al telefono. Sapevamo entrambi che, se non volevamo compromettere l’amicizia fra i nostri due Paesi, dovevamo essere solidali e collaborare», risponde il presidente federale, non nascondendo le difficoltà dei primi giorni.

Poi, ricorda lo stesso Steinmeier, la lezione è stata colta e capita: «In Europa l’aiuto e il sostegno non devono fermarsi ai confini, confini ormai quasi dimenticati. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine la disponibilità all’aiuto e il sostegno reciproco in Europa sono stati così forti come in nessun altro continente. E non intendo solo la disponibilità ad aiutare economicamente, ma anche ad alleviare la sofferenza all’apice della crisi. Allora ci siamo aiutati a vicenda, dalla fornitura di ventilatori fino alla cura di pazienti provenienti da ospedali italiani o francesi […] Non vedo una diffidenza generale fra i nostri due Paesi. Anzi, siamo uniti da una stretta amicizia e partnership. Tuttavia l’amicizia non è qualcosa di scontato, ha bisogno di cure. È essenziale che la gente in Germania e Italia curi i rapporti di buon vicinato […] Germania e Italia non sono solo Paesi vicini, anche sul piano economico siamo strettamente interconnessi. Soprattutto in tempi di crisi, si vede quanto siamo interdipendenti. Al momento della discussione sulla ripresa delle attività produttive in Germania, ho sentito al telefono gli amministratori delegati di gruppi tedeschi del Dax e il messaggio era sempre lo stesso: “Fino a quando non riprenderà la produzione in Italia, non serve rimettere in moto la nostra. Abbiamo, infatti, bisogno di decine di migliaia di pezzi di fabbricazione italiana”. Certo, ce ne rendiamo conto in questo tragico e triste frangente della pandemia del coronavirus, ma io sono felice che siamo tornati a essere più consapevoli di questo sentimento di appartenenza. E che dopo alcune discussioni critiche in Europa, questo sentimento ci abbia aiutato a trovare assieme una risposta che tiene conto della profondità e della portata della crisi».

Parla delle difficoltà nella gestione dei flussi migratori, di Lesbo e Lampedusa, lascia intendere una necessità di superare gli accordi di Dublino e di fare di più e meglio, sul piano continentale, per la questione dei rifugiati, e sembra riecheggiare ancora nelle sue parole lo spirito di quel Wir schaffen das meritoriamente pronunciato dalla Merkel cinque anni orsono, e che portò all’accoglienza in Germania, in quel 2015, di un milione di persone in fuga da fame, guerre e carestie. E parla di «appartenenza» fra le popolazioni degli Stati europei e, in particolare, fra italiani e tedeschi, di «confini ormai quasi dimenticati». Soprattutto, parla come un politico e un uomo delle istituzioni dovrebbe fare, non nascondendosi i problemi, e non lo fa in modo particolare quando parla di questioni di difficile soluzione, quando ricorda che «l’accoglienza non significa già integrazione», e di come questa sia «un compito non concluso che richiede tuttora molto impegno», ma infondendo fiducia e alzando lo sguardo a cosa si deve fare per preparare il domani, non creando tensioni e spaventando sulle paure di un oggi innegabilmente complicato.

(Probabilmente sì, tutto questo serve solo a dire che a me Steinmeier piace sempre)   

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