Hanno vinto i Cinquestelle (col rischio, per loro, che sia vittoria postuma)

Non giriamoci intorno; se lo scorso referendum aveva uno sconfitto certo, lo stesso che aveva voluto personalizzare così tanto la partita da dire che, in caso di sconfitta, si sarebbe dimesso da presidente del Consiglio e avrebbe lasciato la politica (una cosa l’ha fatta, l’altra no), questo vede dei vincitori chiari: l’ideologia, i toni e i temi del M5S. Ma il popolo ha parlato, e chiaramente, nelle forme e nelle misure. E il popolo, come si dice, è sovrano.

C’è poco da aggiungere, se non che quella della riduzione del numero dei parlamentari, dei “tagli alla casta”, delle forbici agitate come nuovo strumento rivoluzionario e della distruzione delle poltrone fatta simbolo delle nuove rivendicazioni del popolo vessato dalle élites. Una visione che nasce da un profondo antiparlamentarismo, da una concezione della democrazia come meccanismo diretto, non mediato, ancor meno rappresentato, che mi ha sempre trovato contrario, e perciò, anche stavolta, ho provato, col mio voto, a contrastarla. Ho perso, hanno vinto; tutto qua. Non muore oggi per questo voto la democrazia italiana e non mi unisco ai lai sulla perdita della rappresentanza dei territori (che curiosamente vengono dagli stessi che in quei medesimi territori non hanno mai osteggiato la candidatura di esponenti che nulla «c’azzeccavano», per dirla con la celebre locuzione di uno che di tali estraneità ha colto e goduto i frutti), così come, con facile battuta, non mi strapperò i capelli perché la mia scelta è risultata essere minoritaria: ci sono abituato e, comunque, non sarà mio il seggio che verrà tagliato.

Perché il Pd abbia rincorso i propri alleati su questa china, sinceramente, non lo capisco e, francamente, «I don’t give a damn». Se l’hanno fatto perché quella era la posta da pagare per altre riforme, al massimo, sorrido (e un po’ amaramente, lo ammetto). Le riforme, se mai ci saranno, è facile immaginarle coerentemente nello stesso solco in cui con questa riduzione ci si avvia; quindi con sempre meno attenzioni per i concetti della rappresentanza e della funzione di mediazione delle istituzioni (e dei corpi intermedi), e sempre più verso una forma – fintamente – diretta della democrazia e del voto. Tutto quello che, un tempo, anche altri dicevano di avversare, e che oggi hanno sostenuto, tra l’altro.

Ma non è da escludere che questa che è la più grande vittoria sul piano istituzionale e politico dei Cinquestelle sia in fondo, ora, una vittoria postuma. Nel quarto voto alla Camera, solamente 14 deputati hanno votato contro e, al referendum, ben oltre i due terzi degli italiani recatisi ai seggi hanno approvato questa loro riforma: l’affermazione è chiara. Eppure, arriva, a mio parere, a un movimento che pare aver ormai esaurito le cose da dire, per quanto non è escluso che continui a sopravvivere ancora a lungo nella gestione della quotidianità politica. Quell’afflato che esso stesso rivendicava quale “rivoluzionario”, invece, lo vedo spento, avviato, come i suoi primi interpreti, lungo un viale del tramonto che sempre, come ha scritto, e giustamente, per ironia della sorte uno dei bersagli preferiti del grillismo d’assalto delle origini, Gianfranco Rotondi, «è brevissimo, anche quando lo si percorre con quattro auto blu».

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

1 risposta a Hanno vinto i Cinquestelle (col rischio, per loro, che sia vittoria postuma)

  1. Pingback: Le elezioni regionali, invece, le ha vinte Zingaretti | Filopolitica

I commenti sono chiusi.