«When you ain’t got nothing, you got nothing to lose»

Quest’estate, ho letto una bella e approfondita analisi fatta da Alessandro Carrera per Doppiozero. Pezzo interessante e ricco di spunti, su quella che è la situazione degli Stati Uniti nella stagione del coronavirus e su come gli americani si stiano rapportando con i problemi e gli effetti della pandemia in corso. La suggestione che ha spinto a questo mio commento, però, è stata quasi casuale, arrivata alle fine dell’articolo, quando ho letto che l’autore ha pubblicato per lo stesso sito un e-book su Bob Dylan.

Carrera scrive, parlando dello statunitense medio alle prese con il covid: «La classe operaia in America non ha più nessuna fiducia nel futuro, sa di essere stata esclusa dal sogno americano anche se continua a sognarlo (“Lo chiamano sogno americano,” diceva il comico George Carlin, “perché bisogna proprio essere ben addormentati per poterci credere”), dunque vive nel presente, e nel godimento, qualunque godimento, che il presente può offrire. La classe medio-superiore, la borghesia, risparmia, fa progetti, pensa alla carriera, alla casa, all’università in cui mandare i figli. Sa trattenere, anche per tutta la vita, la ricerca del piacere. La classe operaia non ha più voglia di vivere così perché sa che non serve a nulla. Non ha più voglia di avere fiducia in qualunque progetto sociale che alla fine li lascerà da parte perché non sono abbastanza smagati, abbastanza istruiti, abbastanza consapevoli del mondo in cui vivono. E dunque prendono quello che c’è, e subito. Se hanno voglia di mangiare schifezze le mangiano, se hanno voglia di ubriacarsi si ubriacano, se hanno voglia di sesso lo fanno. Perché non dovrebbero? Che sicurezze hanno nella vita? Domani possono perdere tutto, il lavoro, l’assicurazione sanitaria, la casa, la famiglia. Che cosa gli succede di meglio se non lo fanno? Non puoi andare a fargli la morale, a spiegare che devono essere razionali, prendere precauzioni, informarsi, credere alla “scienza” o a chi ha una laurea in tasca. Sono disposti a credere a tutto tranne che alla scienza, perché la scienza (quando l’ho detto ai miei studenti sono rimasti sorpresi) ha sempre torto. La scienza non è l’informazione che ricevi oggi e che domani sarà superata da un’altra informazione. La scienza è un processo, non un fatto e nemmeno un dato. Ma questi sono discorsi da laureato e non gli è mai venuto niente di bene, a loro, da chi aveva una laurea in tasca, come è tristemente vero che per loro non cambierà molto a novembre (se ci arriviamo), non importa chi vincerà le prossime elezioni (se ci saranno)». Parole che tolgono il fiato, a ragionarci sopra.

La classe operaia americana era la regina fra i suoi pari nel mondo. In fondo, il mito che spingeva le masse stanche, povere e infreddolite, per dirla con le parole di Emma Lazarus, ad attraversare mari e terre per raggiungere l’America era proprio quel sogno che lo stesso Carrera dà per finito: non l’arricchimento alla Trump, per capirci, ma una vita tranquilla, un lavoro dignitoso e sufficiente a veder crescere i propri figli, nipoti e così a seguire. Un sogno di futuro, appunto, che pare davvero non esistere più, tutta schiacciata, l’esistenza di quella classe media che fu operaria, su un presente disperato e rancoroso.

Quasi fosse davvero la signorina di buona famiglia cantata da Dylan alle prese con i rivolgimenti della sorte, questa classe che fu invidiata da tutti (e con tutti altezzosa, va purtroppo ricordato) ora si trova a non aver più nulla da perdere perché sente di non possedere nulla, o che quanto ha è così caduco che non può esserne sicura per il domani, e tanto vale spenderlo e viverlo subito. E tutti i rischi, sanitari compresi, passano in secondo piano, se quello che vivi lo senti quale l’ultimo giorno che ti è dato di vivere come vorresti che la tua vita fosse.   

«How does it feel, how does it feel?/ To be on your own, with no direction home/ A complete unknown, like a rolling stone».

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