Da un capo all’altro del mondo

«E mi ricordo chi voleva/ al potere la fantasia./ Erano giorni di grandi sogni sai,/ erano vere anche le utopie./ Ma non ricordo se chi c’era/ aveva queste, queste facce qui;/ non mi dire che è proprio così,/ non mi dire che son quelli lì». Si chiama …Stupendo, puntini compresi, è del 1993 ed è di Vasco Rossi, che non è il mio cantante preferito, ma qualche pezzo l’ascolto volentieri.

Proviamo con qualcosa di più letterario? Bene. «Finito lo sciopero, quando le lezioni ripresero sotto il controllo della polizia, i primi a presentarsi in aula furono gli studenti che avevano capeggiato la rivolta. Come se niente fosse accaduto, venivano in classe, prendevano appunti e rispondevano all’appello. Il che era a dir poco strano, considerato che la dichiarazione di sciopero era ancora valida in quanto nessuno ne aveva dichiarato la revoca. […] E dire che quando era stato proclamato lo sciopero gli stessi signori avevano fatto solo discorsi esaltati e tracotanti, attaccando e mettendo alla berlina gli studenti che erano contrari allo sciopero (o che manifestavano dei dubbi). Io andai da loro e chiesi perché venivano a lezione invece di proseguire lo sciopero. Non risposero- […] Gente meschina che alzava o abbassava la voce a seconda di come girava il vento». Sono le parole di Tōru, il protagonista di Norwegian Wood, di Murakami. Più avanti, lo stesso autore fa dire a Midori con maggior cinismo: «questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, […] quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell’impiego alla Mitsubishi, alla TBS o alla banca Fuji […]. Altro che “Distruzione della cooperazione università-industria!” C’è da piangere dalle risate».

Da un capo all’altro del mondo, più o meno negli stessi anni, (Norwegian Wood è dell’87, Gli spari sopra, l’album che contiene la canzone citata, come detto è del ’93), autori grosso modo coetanei, (Murakami è del ’49, Rossi del ’52), esprimevano, in sostanza, lo stesso sentimento di sfiducia per chi era «andato per età, qualcuno perché già dottore/ e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera…» (per usare le parole del Maestrone, classe 1940, più vecchio di loro di un decennio e più, in strofe da Canzone delle osterie di fuori porta, anch’essa del decennio che precede il primo di quei lavori ricordati). Sentimento che da quegli anni è come se non se ne fosse mai andato.

E no, non sto dando la colpa a quanti salirono sulle barricate con l’eskimo per poi, con la stessa rapidità, indossare giacche in grisaglia su cravatte di seta. Probabilmente ne hanno di più quelli che, sempre per dirla con Guccini, commisero il peccato di «creder speciale una storia normale». E forse è proprio la coscienza di quella specie di colpa, e la paura di poterne commettere ancora di pari, a tener oggi molti lontani dalle facili seduzioni, certo, come dalle possibili ragioni per spendere i giorni del proprio impegno, purtroppo.   

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