Basta un attimo e ci si accorge di quanto sia duro, il medioevo vagheggiato

«Around 183 million people in 47 countries, including North Korea, are facing the possibility of severe food insecurity as border closures and disruptions in global supply chains have restricted their access to farming products, a U.N. food agency said. […] “While the COVID-19 pandemic is devastating lives, public health systems, livelihoods and economies across the world, populations living in food crisis contexts and those whose resilience has been eroded by previous crises are particularly exposed to its effects,” the report said. “ Globally, the COVID-19 pandemic is already directly affecting food systems through impacts on food supply and demand, and indirectly through decreases in purchasing power, the capacity to produce and distribute food, and the intensification of care tasks, all of which will have differentiated impacts and will more strongly affect the poor and vulnerable,” it added».

Così il Korea Times, a proposito del rapporto della Fao e di altre agenzie Onu sui rischi per le popolazioni più povere conseguenti ai risvolti economici delle misure prese per arginare il diffondersi della malattia. Non può, il quotidiano di Seoul, non guardare a quello che accade al di là del ponte del non ritorno, ma ci dice, nel farlo, che sono 47 le nazioni in cui circa 183 milioni di persone rischiano di soffrire la fame perché, chiudendo confini e bloccando gli scambi, si sono ridotti anche i canali di approvvigionamento di cibo. In pratica, non so quanto volendo, ma quella testata e il report a cui attinge, ci dicono che la sospensione della modernità commerciale e industriale si paga in sofferenze umane, che sono sempre, e per prime, quelle dei più deboli, degli ultimi.

Il mondo autarchico con tutti chiusi nei propri limiti (addirittura domestici, nel parossismo paradossale a cui ci ha spinti il coronavirus, con i sani che si isolano in casa per paura della malattia) e dove nulla arriva da di là dalle frontiere, è per forza un mondo meno ricco, materialmente, oltre che umanamente.

E se fra le dispense piene e i frigoriferi mai vuoti possiamo cullarci degli aspetti romantici della quarantena, trascorsa a legger novelle e preparare torte e manicaretti, la realtà, come ammoniva uno striscione in spagnolo opportunamente affisso durante i giorni in cui a molti – e pure a chi scrive, devo confessarlo – appariva non tanto brutta la prospettiva di una sospensione dalle fatiche della quotidianità, ci ricorda che il poter cogliere gli aspetti migliori delle privazioni è sempre e soltanto «privilegio de clase».

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