Dall’incoscienza al terrore; e una sana, aurea mediocritas?

Dal racconto di Cesare Zapperi, per il Corriere della Sera di venerdì scorso: «L’hanno già definita la “guerra del metro”. Per le Regioni, dopo quella per l’anticipo a lunedì 18 maggio della aperture di bar e ristoranti, ora si è aperto il confronto sulle distanze da tenere nei locali e in spiaggia. Luca Zaia ha posto la questione con una domanda retorica: “Davvero possiamo pensare che i turisti in spiaggia, sotto il sole, debbano stare a 5 metri di distanza, mentre gli operai, al chiuso di una fabbrica, possano stare a un metro?”».

Per carità, lui è Zaia, quello dei topi mangiati vivi e del virus sicuramente di laboratorio perché progressivamente più debole. Però, la domanda rimane: se, nell’ottica delle misure di contenimento del contagio, si può stare 8 ore al chiuso di una fabbrica, magari con l’aria condizionata, a un metro di distanza l’uno dall’altro, perché per una mattinata all’aperto in spiaggia, cullati dalla brezza marina, bisogna allontanarsi almeno di 5 dal vicino più prossimo? La risposta «perché in fabbrica è necessario andarci, in spiaggia no», non vale. Perché, per chi campa di turismo balneare, è necessario che ci si vada e, soprattutto, perché stiamo parlando di misure di contenimento del contagio, non di morale. E il virus si muove al di là del bene e del male.

Certo, mi si potrebbe dire che in fabbrica gli accessi sono tracciati, in spiaggia no. Bene: e chi vieta di tracciarli, facendo pagare solo con carta l’ingresso ai lidi, magari con un pagamento simbolico di un centesimo quello alle spiagge libere. E inoltre, tracciati cosa, gli operai della fabbrica? Ci sono posti come l’Ilva di Taranto, con 15.000 dipendenti che, nel caso di contagio, svilupperebbero (se li svilupperebbero) i sintomi una, due settimane dopo l’evento. Nel frattempo, avrebbero girato per negozi, strade, bar, piazze, ristoranti, centri commerciali, spiagge… non li tracceresti manco in Corea.

Infine, la ricerca del punto “zero contagi” rischia di diventare un’ossessione che definirei asiatica, un misto di ritiro ascetico e kaizen, ma senza la dimensione interiore. Se quest’ultima ci fosse e fosse ascoltata, ci direbbe, tra le altre cose, pure che è inutile fare del Covid il babau per grandi e piccini dei tempi moderni. Se quasi tutti dicono che ci dobbiamo convivere, allora dobbiamo convivere anche con il contagio. Lo zero, in quest’ottica, non esiste, se il virus non viene debellato. E nella storia dell’umanità, un solo virus, forse, abbiamo debellato. Gli altri sono tutti qui, fra di noi e contro di noi.

Per questo, l’incoscienza è stupida, ma il terrore è esagerato, e non è sano. Sana, invece, sarebbe un’aurea mediocritas fra la leggerezza e la paura, che faccia stare attenti, senza l’affanno di dover evitare persino l’inevitabile. Perché si vive solo nella pienezza di chiari e scuri i giorni che ci son dati, sapendo che, naturalmente, ogni alba, e la nostra fra queste, andrà al tramonto, per quanti accorgimenti possiamo prendere.

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