E un linguaggio offeso si fece parola offensiva

Scriveva Calvino: «Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvi? Credo che la mia prima spinta venda da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere».

E continuava: «Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze». Per poi spiegare: «Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio» (Italo Calvino, Lezioni americane, Esattezza, 1993, Ed. Mondadori 2019, pag. 60).

Non ho molto altro da aggiungere, alle parole del grande scrittore, nemmeno in questa stagione in cui una quasi «epidemia pestilenziale» l’abbiamo davvero. E se questa non ha colpito specificatamente quella facoltà a cui Calvino si riferiva, perché, come si legge nelle sue stesse parole, già acciaccata e ferita da tempo, di sicuro non ha contribuito a darci il destro per la ricerca di una soluzione ai suoi mali. Così, adesso, questo linguaggio offeso, si fa parola offensiva, usata per urlare contro lo straniero, il presunto untore, la ragazza di vent’anni rapita mentre cercava, come poteva, di portare un sorriso in più, in un mondo che troppo piange.

«And that’s all I have to say, about that».

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