Volete davvero una Versailles contro Pechino?

Leggo a caso dagli articoli di ieri sul Corriere della Sera, a firma di Giuseppe Sarcina e Guido Olimpio, a proposito delle tensioni fra Usa e Cina. Si legge nel pezzo del primo: «L’amministrazione Trump prepara le mosse contro la Cina, accusata di aver nascosto la gravità del contagio da coronavirus. […] vari gruppi di pressione, tra cui quello che fa capo a Nikki Haley, ex ambasciatore all’Onu: in pochi giorni ha raccolto centomila firme con una petizione “per punire la Cina”. […] La scorsa settimana l’ambasciatore Andrew Bremberg capo della delegazione statunitense nelle agenzie Onu a Ginevra, ha cominciato a sondare i colleghi europei e di Giappone, Australia e Canada per chiedere l’istituzione di una “commissione internazionale” che indaghi sull’origine del contagio».

Scrive il secondo: «Per Trump i cinesi hanno compiuto un errore mostruoso e non vogliono ammettere che il virus è uscito dal laboratorio di Wuhan. Pechino risponde con i suoi media: sono pazzie, dimostrate ciò che sostenete. […] Alcuni di questi punti sono emersi nell’altro report, condiviso dai servizi di Australia, Usa, Canada, Gran Bretagna e Nuova Zelanda. I cinesi avrebbero distrutto elementi cruciali per comprendere l’evoluzione del Covid-19 e messo il bavaglio a qualsiasi voce non ufficiale. […] L’agenzia Reuters ha pubblicato la sintesi di un’analisi preparata dal think tank cinese Cicir, affiliato al ministero della Sicurezza, dove si avverte la dirigenza del Paese sui gravi contraccolpi della pandemia: ci sarà un sentimento globale di condanna simile a quello provocato dalla repressione della Tienanmen, nell’89. E se lo stato di tensione dovesse proseguire la Cina deve prepararsi a uno scontro armato. Ma quest’ultima annotazione non è diretta a Xi Jinping, bensì agli avversari». Mi chiedo: davvero nel mondo qualcuno pensa a istruire una sorta di Versailles contro Pechino? Non andò bene con quella del 1919; potrebbe andar peggio nel 2020.

Il sentimento di rivalsa per le frustrazioni che tutti, cinesi per primi, stiamo subendo è un fulcro facile su cui far leva. Ma può generare mostri, il sonno della coscienza della storia che lo ricerca. Le tesi e le imposizioni dei vincitori a Versailles ebbero anche il torto di dimostrarsi errate alla prova dei fatti, ma almeno la scusante di muover contro chi, per primo, aveva mosso guerra; qui si vorrebbe agire contro un Paese che, sempre che la tesi dei suoi critici sia vera, al massimo ha sbagliato, pagando da subito il danno della malattia, ma nemmeno in quell’accusa l’ha fatto intenzionalmente per colpire altri, e dovremmo pure aver imparato come vanno a finire queste ciniche vendette. Per tutti.

E poi, diamo un attimo per dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio l’ipotesi che la Cina abbia agito male e in ritardo; qui, cosa si è fatto per mettere a frutto quel mese e più di tempo che comunque l’Occidente ha avuto, rispetto all’esplodere dei contagi nella provincia dell’Hubei? Come hanno prevenuto gli effetti di un mordo che già lì uccideva, i leader del mondo libero? Ironizzando sui topi, vaneggiando di frontiere da chiudere quando ormai, in latenza, il virus già circolava e come se questo fosse possibile fermarlo negandogli i visti alle dogane, bloccando i voli al sorgere della malattia, quando ormai si sapeva perfettamente del periodo di incubazione medio della stessa fra i 7 e i 10 giorni, relegandola a «poco più di un’influenza», non incrementando i posti di terapia intensiva, mentre i cinesi proprio quello stavano dimostrando necessario per affrontarla, non prendendo le contromisure sanitarie adeguate a una pandemia che, di sicuro, sarebbe arrivata.

Dimostrazione, quella del dolo nell’agire del governo cinese, vale la pena ricordare, che è ancora ben lungi dall’essere provata, e, a oggi, come ha detto qualche settimana fa il ministro degli Esteri russo Lavrov, giusto a far capire che le cose potrebbero essere ben più complesse di un “Cina vs Resto del mondo”, quella di risarcimento a Pechino è una richiesta che va «oltre il limite della decenza». Ma loro, dicono gli Usa, quelle prove le hanno, spiega il segretario di Stato Mike Pompeo.   Come per le armi chimiche di Saddam, verrebbe da rispondergli.

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