Il modello sbagliato. Ovvero, se lo Stato dubita dei cittadini

Mi chiedevo l’altro giorno: perché un modello di autocertificazione da portarsi sempre appresso? Devo esibirlo a un eventuale controllo? Bene; a quel controllore potrei anche dire a voce il motivo della mia uscita, e lui valutare la congruità della spiegazione con le norme in vigore. Non solo in questa cosiddetta “fase 2”, ma anche nella sempre cosiddetta “fase 1”. E non ditemi che lo si fa per velocizzare i controlli; se la spiegazione verbale va bene, vado via, altrimenti, il controllore eleva una sanzione, compilando un suo verbale, che potrebbe persino chiedermi di controfirmare con le eventuali mie dichiarazioni. Il tempo sarebbe lo stesso. Perché un modello da scaricare e compilare a casa? Anzi, perché millemila versioni e aggiornamenti dello stesso modello?

Certo, so che non mi arrestano se non ce l’ho, e me ne forniscono uno da compilare al controllo, ma il Ministero dell’Interno invita a stamparlo prima, ecco perché lo ha messo online, addirittura in formato “editabile”. E so che l’aggiornamento si spiega con l’evoluzione normativa; parzialmente, però, visto che si potrebbe prevedere uno spazio bianco su cui scrivere il motivo: se questo è valido da oggi e non da ieri, non sarà un problema di edizione del certificato. Ma la mia domanda è sul perché un documento cartaceo da firmare per un qualcosa, tipo uscire di casa per andare a comprare il pane o a prendere il giornale, che è sempre stato lecito fare. L’unica spiegazione è che lo Stato non si fidi della mia parola. Perciò aggrava le mie affermazioni con quel «consapevole delle conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci a pubblico ufficiale» (che vale anche in caso di asserzioni a voce, credo). Solo che se è così, se lo Stato non si fida di me, facendolo m’impartisce un insegnamento: la diffidenza. E io, da cittadino che apprende da quello che l’Istituzione fa, e come lo Shylock di Shakespeare, perché non dovrei rifarmi a una simile lezione, cercando, al contempo, di superare i maestri?

Qualche settimana fa, un amico mi ha chiesto perché nel mio contributo immeritatamente scritto per il volume a più mani Quarantena, riferendomi alle opere di Saramago, avessi messo in relazione e fatto seguire alla cinica crudeltà dei rimedi adottati per contrastare l’epidemia di Cecità, e al putridume che dal fondo della coscienza collettiva contribuirono a tirare in superficie, il distacco civile, tutt’altro che estemporaneo e nient’affatto superficiale, del Saggio sulla lucidità. A parte che quell’attinenza e quella successione non sono mie interpretazioni, ma scelte dell’autore stesso, oggi, riflettendo su quanto ho poco prima scritto, le vedo ancora più vere e pertinenti.

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