Non è colpa di Cambridge Analytica se in molti le han creduto

Se n’è discusso tantissimo, e non starò qui a fare il riassunto di quanto successo nello scandalo Facebook-Cambridge Analytica: meglio di me, c’è già chi l’ha fatto, e l’internet è piena di commenti, ricostruzioni, analisi e tutto ciò che serve per farsi un’idea e saperne di più. Quello che m’interessa, invece, è capire di cosa, in fondo, stiamo parlando. Bene, per me, parliamo di suggestionabilità. E quella, ben oltre e prima delle leggi, si cura in un modo solo, come dirò alla fine.

Al di là dei risvolti penali e degli intrecci internazionali, gli analisti della società di consulenza, in pratica, hanno fatto solo una cosa: tracciato profili dei loro potenziali bersagli e inviato a questi messaggi “mirati” per spingerli a volere o desiderare qualcosa. Che fosse un prodotto di cosmesi o un candidato alle elezioni, in fin dei conti, fa poca differenza, rispetto allo schema che ne è alla base. Ma il punto, sostanzialmente, non è tanto quello che hanno fatto loro, quello che ha fatto Cambridge Analytica, ma che in molti le abbiano creduto, si siano fatti sedurre dalle offerte, per così dire, “su misura”.

Vi faccio un esempio. Nei giorni scorsi, ho cercato delle bici sulla rete. Ora, le mie homepage sui social sono invase di annunci, articoli, offerte di bici o materiale per il ciclismo. Ci sta; è il prezzo indiretto da pagare per non doverne pagare uno diretto di accesso. Da lì a comprare un prodotto solo perché mi viene “profilizzato”, perdonatemi l’espressione, partendo dai miei gusti, ne passa, e molto. E così è per i voti.

Se una società di analisi dati fa il profilo perfetto delle mie idee, potrebbe mandarmi notizie atte a influenzare le mie decisioni, selezionandole fra le mille possibili (e se lo fa bene, alcune non me le invierebbe, peraltro). Però, il fatto che io poi realmente orienti il mio volere su quei suggerimenti, attiene alle facoltà del mio libero arbitrio. Tu mi mandi millemila notizia di immigrati che delinquono; da qui a dire che per questo voterò quanti promettono di sbarrare i confini e non, invece, chi spiega ragionevolmente che la vera battaglia è da combattere sulle ragioni del disagio sociale, che rendono potenzialmente criminali tutti, senza distinzioni di nazionalità, ne passa pure di più di quanto possa intercorrere tra i tentativi della pubblicità di sedurmi e il mio cascarci, pardon, cedervi e lasciarmi convincere.

E torniamo ora alla cura che ho in mente. Il problema, secondo me, è di natura culturale. In una società come la nostra o quella americana, dove sempre meno persone danno importanza al sapere e troppe al solo sentire, qualsiasi fellone capace di recuperare dati sufficienti a capire come la si pensi può indirizzare il consenso e le volontà. Al contrario, rendendo queste stesse società più colte e più formate, si possono costruire gli anticorpi e le resistenze a quei tentativi.

Programma lungo? Non ho mai detto altrimenti; ma non vedo altre vie.

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