Qualcuno scoprì che l’Emilia non era occupata

Il risultato più atteso delle elezioni amministrative di domenica scorsa era sicuramente quello emiliano. Non perché la Calabria fosse meno importante, ma era su quello di Bologna e città sorelle che gli sguardi dei commentatori politici della nazione si erano focalizzati. Come mai solo lì? Beh, perché, in questo, Salvini ha vinto: ha dettato lui l’obiettivo, e gli altri lo hanno seguito. Superandolo, purtroppo per lui e meno male per noi.

Della Calabria, a quello del Papete, come a ogni leghista che si rispetti, interessa poco meno di nulla (e quando se ne ricorderanno anche quelli che lo votano a sud del Rubicone sarà sempre troppo tardi). Inoltre, lì la candidata, Jole Santelli, era ed è berlusconiana, e di certo lui non voleva tirarle la volata. Fra Rimini e Piacenza, invece, aveva una sua persona di fiducia, tanto di fiducia che a stento, oggi, ce ne ricordiamo il nome. Questa regione, lui l’ha percorsa in lungo e in largo, piazza per piazza, citofono per citofono. All’ombra della Sila, in pochi l’hanno visto, nonostante quello sia pure il suo collegio senatoriale. Peccato: sarebbe stato simpatico vederlo girare per San Luca e suonare ai campanelli dei Nirta, dei Pelle, degli Strangio, dei Romeo o dei Giorgi. Ma lui no, a lui interessava solo l’Emilia, tanto da volerla «liberare», quasi fosse militarmente occupata. Così non era, così non è stato.

L’Emilia Romagna rimane amministrata, e bene, dal centro sinistra. Lo stesso che l’ha amministrata da che esistono le Regioni e che, evidentemente, l’ha aiutata a diventare una delle realtà più efficienti e funzionanti del nostro Paese, con livelli di disoccupazione da Germania e un Pil pro-capite fra i più alti del continente. Da cosa, precisamente, si sarebbero dovuti liberare? Appunto; hanno votato per quello che vedevano, e il tentativo del tizio col Mojito ha sortito solamente l’effetto di mobilitare tutti quelli a cui stava simpatico come l’orticaria a recarsi ai seggi.

Nonostante tutto ciò, quel voto ha un carattere nazionale. Proprio per colpa sua, ora ci dice che non è necessario che lui debba vincere ovunque, e la sinistra non necessariamente deve arrendersi prima di giocare, che il centro destra non è per forza a trazione leghista, dato che ha vinto nel posto dove la Lega è pesata meno, e che le parabole politiche dei personaggi che questa fanno di mestiere sono ormai così rapide che difficilmente si riesce a star loro dietro.

Da questo punto di vista, quella dei cinquestelle è durata persino tanto. Il primo V-day, a Bologna, ci fu nel lontano 2007, e cinque anni dopo, a Parma, il movimento fondato da Beppe Grillo prese il suo primo sindaco importante. Oggi, in quegli stessi territori, i pentastellati quasi spariscono, fermandosi a percentuali intorno al 3-4%. Ciò determinerà maggiore instabilità per il Governo Conte, dove, nei fatti, politicamente potrebbero diventare lo junior partner nell’alleanza con un Pd in crescita? Non so, ma direi di no.

Proprio questi risultati al lumicino, secondo me, toglieranno le velleità minatorie alle truppe che furono grilline. Con scenari fatti vaticinando nelle viscere degli esiti ultimi, quanti credete possano essere invogliati, in quelle schiere, a far cadere tutta la baracca e condannarsi a prossime elezioni nelle quali, ad andar bene, torneranno in parlamento un quarto di quanti sono adesso? Ecco, appunto: tireranno a campare, per non tirare le cuoia.

Adesso, tutt’al più, sta al Pd dimostrarsi diverso e migliore di quel che finora abbiamo visto.   

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.