All’abominio si arrivò “normalmente”

Che giorno sia oggi, lo sappiamo tutti. Quello che è stato, quello che è. I lager ci sono ancora, dall’altra parte del Mediterraneo. Gli ebrei hanno ancora paura, in questa parte di mondo. Il diverso è sempre perseguitato, di volta in volta per categorie differenti, e da molte parti, alcune delle quali, vittime a loro volta di altre persecuzioni. Il male assoluto di Auschwitz non è stato ripetuto; la via che si percorse per arrivarci, invece, è troppo e da troppi spesso praticata.

No, non è oggi il giorno in cui si commemorano le vittime nella colpevolizzazione dei criminali. È quello, al contrario, in cui ci si ricorda della “normalità” che all’abominio condusse. Con le parole di uno bravo storico (István Deák, Europa a processo. Collaborazione, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, pagg. 258-259): «L’aspetto peggiore di tutto questo fu il crollo dei valori di compassione e umanità che sembrò travolgere l’intera Europa. Non solo gran parte degli europei si mostrarono indifferenti al destino dei loro fratelli ebrei, rom, sinti, dissidenti o omosessuali, ma milioni di loro parteciparono attivamente alla loro caccia o quanto meno trassero vantaggio dalla loro rimozione sociale e dalla loro eliminazione. È vero che ci furono anche molti che rischiarono la loro vita per proteggere le vittime della persecuzione: aristocratici, intellettuali, suore, sacerdoti, poliziotti, e quella vasta categoria di quelli che a vario titolo rifiutarono di adeguarsi ai codici della società “normale”. Nondimeno, i più autentici esemplari dell’europeo medio restano i poliziotti norvegesi che prontamente consegnarono i loro connazionali ebrei alla Gestapo, i burocrati olandesi che diligentemente stilarono precise “liste di ebrei” a uso degli occupanti nazisti, e i medici e le ostetriche ungheresi che risposero senza esitazione all’invito delle autorità a presentarsi – ovviamente dietro promessa di un compenso straordinario – alle stazioni di partenza dei convogli di deportati per ispezionare le parti intime delle donne ebree alla ricerca di gioielli nascosti. Né dovremmo dimenticare le compagnie ferroviarie statali, che trasportarono gli ebrei e altre categorie di deportati verso i campi di concentramento e di sterminio dell’Europa dell’est applicando tariffe per gruppi turistici ai prigionieri ammucchiati dentro vagoni bestiame. Ci si chiede quanti macchinisti – se ce ne furono – si finsero malati per non dovere trasportare il loro carico umano verso un campo di concentramento o di morte.
Nonostante tutta la propaganda postbellica francese di segno opposto a uso turistico, dovremmo ricordarci che con ogni probabilità i poliziotti parigini che aprirono il fuoco sui soldati tedeschi nell’agosto 1944 erano gli stessi poliziotti che nel luglio 1942 avevano ammassato come animali da macello donne e bambini ebrei dentro il Vélodrome d’Hiver prima del loro trasporto ad Auschwitz. E mentre questo accadeva, milioni di parigini continuavano nelle loro faccende di ogni giorno. Un po’ più di compassione e umanità nei confronti delle vittime non avrebbe comportato grossi rischi. Nessun poliziotto francese fu imprigionato o giustiziato per non essersi presentato in servizio il giorno fissato per la deportazione degli ebrei. Sappiamo inoltre, per inciso, che le SS e gli agenti di polizia tedeschi potevano esonerarsi dal partecipare alle fucilazioni di massa di ebrei e rom nei territori conquistati dell’Europa orientale. Pure, solo un’esigua minoranza di questi uomini si avvalsero di questo privilegio, e alcuni confessarono più tardi di essersi vergognati del loro comportamento “poco cameratesco”. Compassione e umanità furono qualità davvero rare durante la Seconda guerra mondiale, una delle più immani tragedie che l’umanità abbia mai inflitto a se stessa».

E qui non fu diverso, se si pensa a quanti, anche fra chi poi diventò fervente oppositore del regime e del nazifascismo, si trovarono a non dire nulla contro i provvedimenti di allontanamento dalla vita pubblica, le esclusioni, le vessazioni a cui gli ebrei, prima di essere instradati verso lo sterminio fisico, furono sottoposti. Quando gli stessi silenti non trassero direttamente vantaggio da quelle segregazioni perpetuate sull’altare di un «prima gli ariani» che al tempo riempiva le piazze, e che, a pensarci bene, non è tanto differente dagli slogan che ancora in quelle si sentono risuonare.

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