Se a una donna serve la scorta perché ebrea

«Dopo le minacce via web e lo striscione di Forza nuova esposto nel corso di un appuntamento pubblico cui partecipava a Milano, il prefetto Renato Saccone ha deciso di assegnare la tutela alla senatrice a vita Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento di Auschwitz quando aveva 14 anni». Così veniva ripresa e rilanciata la notizia dal sito di Repubblica, ieri.

A voi non prende un qualcosa alla gola, nel leggerla? Una donna di quasi novant’anni, internata ad Auschwitz, oggi deve temere per la sua incolumità, e ha bisogno di una scorta, così ha valutato nella sua ultima riunione il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, per le minacce ricevute solo in quanto ebrea. Considerate per quello che è quanto è avvenuto. Qui, a Milano, ora: il 6.11.2019. E voglio darvene un altro, di numero: 75190. Lo porta ancora tatuato sul braccio, la senatrice a vita, e gliel’hanno impresso lì, in quel luogo alla fine dell’umanità, dove conducevano i binari di treni senza ritorno.  

È su questa circostanza, che vuole lei sopravvissuta e gli altri no, che s’infrangono le stupidaggini di quanti, fin da subito, tentano la minimizzazione, dicendo – «vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi» – che anche loro ricevono minacce, e che è sempre tutto, ugualmente e allo stesso modo grave.

Non, non è uguale, non è grave allo stesso modo. Come non lo è quando i tifosi prendono in giro un calciatore perché schiappa e un altro perché nero, quando sugli spalti si scrive «Interista (o juventino, milanista…), crepa» o «Ebreo, brucia». Non è uguale: lì c’è il di più, c’è il vissuto, c’è il passato, gli incubi e gli orrori della storia tutta.

Ci sono i morti della Shoah, la discriminazione secolare, il sentirsi sempre a rischio perché mai pienamente “come” gli altri, quelli che, a ogni tornante del tempo e da molte curve della società, non perdono occasione di trasformare in odio le proprie frustrazioni, e riversarlo sul bersaglio più facile, la minoranza meno tutelata, il singolo che individuano più debole, quali branchi di fiere aizzate da piccoli e squallidi capi.

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