E se fosse questo l’approdo della crescita?

«Mi piace che vi piaccia l’aggiunta d’amico nella mia sottoscrizione a quella di fratello: ma non son contento che vi sorprenda. Avete avuto sufficiente tempo per avvedervene senza la mia dichiarazione, e mi fate gran torto se contate questa circostanza come nuova scoperta. La nostra fortuna non ha voluto ch’io possa darvene prove strepitose: ma a quest’ora è già tempo di riderci di lei. E poi non possiamo a buona equità lagnarcene. Noi siamo ricchi abbastanza se ci serviamo de’ bisogni per misura, e non de’ desideri, coi quali addosso son mendici Crasso e Lucullo. Addio; state sano per conferire alla salute del vostro». Così scriveva, da Vienna, Pietro Metastasio al fratello, Leopoldo Trapassi – Metastasio, come noto era uno pseudonimo –, il 2 giugno del 1755 (cfr. P. Metastasio, Lettere, in Tutte le Opere, Mondadori, 1954, vol. III, p. 1119, lettera n. 859).

A richiamarmi queste parole alla memoria è stata la lettura dell’ultimo libro di Luca Ricolfi (La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019). Che cosa unisce il riformatore del melodramma italiano a un sociologo e politologo contemporaneo? Nulla, in effetti. Tranne il fatto, forse, che in quella lettera del primo e in questo libro del secondo a essere sotto esame e giudizio sono i desideri, più che i bisogni, spesso smodati rispetto alle possibilità e quasi mai aventi una qualche attinenza con la necessità. Anzi: più sono forti, meno legami hanno con essa.

Il libro di Ricolfi (sul quale mi prometto di ritornare più in là e con più spazio in un altro articolo), come il suo autore, spesso è urticante e in sostanziale posizione critica rispetto agli atteggiamenti consumistici di una società, quella italiana, che non potrebbe permettersi, nel suo complesso, gli stili di vita che ha. La lettera di Metastasio, invece, racconta di come ci si possa accontentare di quello che si ha, se ciò basta a soddisfare i bisogni, per quanto i desideri continuino a chiedere altro.

Alla fine, non parlano entrambi della stessa situazione, privata in un caso quanto pubblica nell’altro? Non è nelle parole dell’antico drammaturgo la risposta alle domande che arrovellano la mente del contemporaneo sociologo? Non potrebbe quella dimensione di appagamento individuale sulla base delle necessità effettive esser la quiete per quelle tensioni che si avvertono e denunciano ancora, se non addirittura una possibile via di uscita da quella cosa che continuiamo a chiamare «crisi» forse solo perché non abbiamo voglia e coraggio di vederla per quello che è, punto d’approdo di una crescita costruita sulle risorse date e che non possono essere aumentate all’infinito?

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