Non volete partecipanti, solamente elettori

In una piacevole discussione a cena, un amico ancora attivamente impegnato in politica mi ha chiesto come mai io mi fossi un po’ ritirato, che non partecipassi alla vita di partito, di quello che insieme abbiamo frequentato o di un altro. La mia risposta è stata, dal mio punto di vista, semplice: perché (e da quando) i partiti hanno smesso di cercare partecipanti e si sono orientati, al massimo e solamente, nella ricerca di elettori.

Chi oggi guida una forza politica – e qui passatemi una certa dose di demagogia, pur rimanendo invariata la mia conoscenza, e stima, delle differenze – appare sempre e più interessato all’acquisizione di nuovi consensi, e solo a questo. Sembra, e ci sono fondate ragioni per pensare che sia proprio così, che non interessino affatto quelli che intendono partecipare; meglio che gli altri si limitino a votare. Per loro, ovvio. Perché pure l’affluenza alle urne è un tema interessante solo per quei partiti che scontano un calo dei suffragi, mentre per tutti gli altri, in particolar modo per quelli che vincono e nelle circostanze in cui accade, è, citazione, «un problema secondario».

Per questo, io da tempo non riesco a trovare motivazioni a sostegno di una vera e piena partecipazione. E per quanto condivida il senso di alcuni appelli al recarsi alle urne per scongiurare la vittoria di quello o quell’altro, e non dico che non siano fondati in momenti particolari come l’attuale, ciò, al massimo e nella migliore delle ipotesi, mi spinge a votare, persino con convinzione e motivazione, ma non a prender parte.

Ed è una pena davvero triste.

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