D’accordo, l’indifferenza è un male. Ma voi l’avete coltivata e ricercata

«Tutti loro», scrive Raffaele La Capria a proposito del protagonista degli Indifferenti di Moravia e dei suoi amici (False partenze, in False partenze / Letteratura e salti mortali / Il sentimento della letteratura, Mondadori, 2011, pp. 21-22), «erano, come Michele, figli ed eredi di una borghesia la cui indifferenza morale aveva permesso e continua a tollerare il fascismo; si sentivano, come Michele, isolati dalla realtà e da se stessi, sempre nell’atto di recitare una parte, velleitari e impotenti a reagire. [Negli Indifferenti], la squallida società che soffocava Michele lo riguardava (e come!) da vicino; ogni giorno ne sentiva la vischiosa presenza, il vuoto dietro la facciata; vederla finalmente additata e respinta, in una maniera tanto più radicale e aggressiva quanto più apparentemente inconsapevole, gli servì a capire una volta per tutte che non si dà verità nella falsa vita e che nella falsa vita affondava le sue radici il fascismo». Sembra scritta per l’oggi

Pure adesso, la falsa vita non dà verità. E pure ora, in questa, affonda le sue radici un qualcosa che non vogliamo definire fascismo solo perché non ci piace evocare i fantasmi. Ma come allora, la colpa degli indifferenti è condivisa con quanti proprio così li hanno voluti. Vedete, per qualche anno, diciamo un quarto di secolo, sono sempre stato molto d’appresso alla vita dei partiti. E tranne in poche occasioni o con personalità eccezionalmente rare, ho sempre assistito a un atteggiamento, da parte degli eletti e dei rappresentanti politici che potremmo definire sotto la voce: «lasciateci lavorare». È, per capirci, l’approccio di chi non vuole si parli al conducente e, facendolo, non se ne metta in discussione l’operato. Alla fine, quelli a cui veniva detto di mettersi un po’ in disparte e non disturbare, l’hanno fatto. Solo che si sono messi in disparte davvero, e più che lasciar lavorare chi fosse titolato a farlo (ma chi mai ha poi voluto impedirglielo?), lo ha lasciato del tutto.

È una colpa? Certo, l’indifferenza lo è. Però non è esclusiva responsabilità di chi la pratica se a ciò si è giunti. E a tutti i livelli, da quello del semplice militante ed elettore, come ho sempre cercato di considerarmi e agire, a quello di quanti potevano dare un contributo importante di idee e soluzioni, e a cui sovente il politico di turno e di professione ha mostrato di mal sopportare non tanto il contenuto delle proprie parole, quanto proprio il fatto che queste ne avessero qualcuno e non fossero, come le sue, tronfie di altisonante vacuità.

Ancora con le parole di Raffaele La Capria (Op. cit., p. 40): «Per affrettare questo processo di trasformazione ritenuto inevitabile, ed in attesa di quel cambiamento della Società che lo avrebbe certamente accompagnato e favorito, Candido fu tentato come molti dei suoi migliori amici affetti dallo stesso problema, di iscriversi al Partito, al Partito per antonomasia: il PCI. Ci si aspettava dopo questo rito che il mondo, la vita e i rapporti con gli altri acquistassero come per miracolo un senso ed una pienezza sconosciuti; che l’uomo, oltre ogni divisione interna e di classe, fosse finalmente restituito alla sua interezza, riconciliato con la natura e con se stesso. Ma la farfalla non riuscì mai a volare come avrebbe voluto perché ben presto anche Candido sarebbe stato intaccato dalla dissociazione tra Opportunità Politica e Verità; una forma di nevrosi tipica dell’intellettuale desideroso d’impegnarsi».   

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