Forse è l’offerta a non essere allettante

Tra quelli che ti spiegano che per il diritto di voto sono morti in tanti e non è possibile sprecarlo rinunciando a votare e quanti chiamano alla responsabilità che solamente si può esprimere a sostegno loro e dei loro preferiti, oggi tutti sembrano aver scoperto che in Italia c’è e ci potrebbe essere un problema di astensionismo. Meglio tardi che mai, se le preoccupazioni sono in buona fede e poi, a queste, conseguirà un attento studio sul perché quelle cose accadono. Aspetti questi, entrambi, di cui mi par lecito dubitare, comunque.

Perché è curioso che quelli che oggi temono l’apatia elettorale, ieri la derubricavano a «problema secondario», ne ricordavano la legittimità, attribuendole una sorta di significativo spessore politico, o direttamente invitavano a starsene a casa, che là fuori era un mondo già perfetto così come lo avevano pensato loro. Ora, però, paiono preoccuparsene. Per me, l’astensione era scelta legittima anche quando, approfittandone, veniva penalizzato un qualcosa per cui lottavo, come nel caso del referendum sulle trivellazioni del 2016; forse un po’ da cialtroni, se nel contempo si rivendica d’esser schiacciante maggioranza, ma lecito e corretto nelle forme e nella sostanza. Lo pensavo allora, lo penso adesso. Ma come dicevo al tempo, se proprio chi sulla legittimazione popolare fonda il suo discorso pubblico ne presuppone la valenza politica in guisa di scelta, poi è difficile che essa non diventi una delle forme d’espressione del consenso, pur se in negativo. Perché, ad esempio, se io non dovessi andare alle urne il prossimo 4 marzo, non sarà perché penso che la mia parte non possa vincere e governare. Io credo nella democrazia rappresentativa e parlamentare, non ho ansie da governo e non penso che le elezioni servano a decretare vincitori e vinti; al contrario, il problema è che non so come e in chi individuare il mio rappresentante attraverso quel segno di matita. E per me è un problema un po’ più grave di avere «un vincitore certo la sera delle elezioni».

E poi, chi dice che chi non vota sprechi il suo diritto? Potrebbe anche esser che tenga in così gran conto quella possibilità datagli proprio da quelle lotte a cui, con una retorica veramente stancante almeno quanto sterile e a tratti truculenta e cupa, i critici a intermittenza di quella decisione non di rado fanno riferimento, da non avere alcuna voglia o intenzione di banalizzarla, esprimendola con poca, o del tutto senza, convinzione.

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