Questa che c’è ora è la nuova classe dirigente

Ci voleva il pallone. Da sempre sfera in cui leggere i costumi e i destini di questo Paese, la palla che fu di cuoio cucito (e ora ignoro davvero come sia fatta, a vederla volare così lontano e con traiettorie tanto complicate), anche questa volta, nella sconfitta, sembra divenuta unica chiave di lettura dello stato delle cose nei tempi presenti.

E così, quegli stessi ragazzotti in calzoncini e scarpette che se avessero vinto sarebbero stati portati in trionfo come la «meglio gioventù», diventano l’emblema del declino dei processi di formazione e selezione. E di pari passo, i loro responsabili e allenatori il simbolo dell’inadeguatezza delle italiche classi dirigenti, di cui, partendo da dal mondo pallonaro, se ne chiede completamente la sostituzione e il rinnovamento in tutti gli ambiti, politica compresa. Ecco, però, in quest’ultimo caso, farei un’eccezione; non perché quelle élites siano di qualità differente dalle altre, ma semplicemente perché lì quel rinnovamento c’è già stato, e quella che vediamo oggi esprimersi e agire è già la nuova classe dirigente, entrata in campo, per continuare a parafrasar versi migliori delle mie parole, con i congiuntivi, le nozioni di storia e geografia e la finezza dell’eloquio che aveva.

Dal Di Maio e il suo Venezuela grande quanto l’Argentina alla ladylike Moretti, passando per le ruspe di Salvini, i condizionatori della Lezzi e i #ciaone di Carbone, questi sono il nuovo che ci aspetta, e un altro, almeno io, non lo vedo all’orizzonte, o quantomeno, non vedo per esso alcuna possibilità di farcela davvero. Sto dicendo che dobbiamo rassegnarci al crepuscolo di questa nazione, almeno per quanto riguarda la sua politica istituzionalizzata? Non saprei.

Fossimo poeti come quelli che citiamo, potremmo almeno saper dire, dovendoli poi votare, «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

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1 risposta a Questa che c’è ora è la nuova classe dirigente

  1. Italiote scrive:

    Se certe “poesie” avessero una corrispondenza con le cose ci sarebbe la certezza che altri non se ne vedano perché “hanno l’assillo di altri problemi “.

    È una fortuna che i poco metaforici “orizzonti” che circoscrivono il visibile non siano limitati a “ciò che siamo” nella nostra “impossibilità di farcela” da soli.

    Per rimanere in tema calcistico, chi ascolta un qualche pronostico fatto da un “calciatore” potrebbe non ritenere consueto che questo affermi che al torneo vada bene mandare il solo portiere anche se gli altri -non astensionisti- solitamente lavorano in squadra per avere la «possibilità di farcela davvero. »

    Chissà per alcuni che ironia deve essere l’avere la possibilità di leggere una Costituzione che anche allora, seguendo d’istinto certi assilli, sarebbe stato “impossibile” da creare pluralisticamente.

    Forse l’ironia è sprecata giacché potrebbero comunque finire per avere “retroattivamente” ragione, visti gli incessanti sforzi per rendere la costituzione “formale” più sinceramente rappresentativa dell’indole collettiva (la “costituzione materiale”).

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