E se poi le primarie le vince Renzi?

Le primarie fra Renzi e Pisapia, e un programma in discontinuità con le politiche di questi anni, ça va sans dire, quale condizione perché Articolo Uno si allei con il Pd. Questa, se non altro nel resoconto di Andrea Carugati per La Stampa, l’idea, spero non la proposta, esplicitata da Bersani ad alcuni militanti di Mdp durante una cena di autofinanziamento dalle parti di Ferrara.

Dicevo, spero non la proposta perché la ritengo del tutto priva di logica. Mi spiego meglio: per quando Bersani pare si sia peritato di spiegare la necessità di un programma in discontinuità con i governi precedenti (quelli che lui stesso ha sostenuto e ancora sostiene, va ricordato), sinceramente credo che il Pd oggi sia quelle politiche. Nel senso che non le ha fatte Renzi da solo, ma le hanno volute (o almeno non osteggiate con i voti, sola moneta che conta nel mondo della politica piegata al concretismo dei tempi presenti), sostenute e difese tutti in quel partito, evidentemente perché le condividevano. Immaginare che oggi possano, come se nulla fosse, pensare e fare il contrario mi pare un azzardo. Quindi, qualora si facessero le primarie, e Pisapia le perdesse (cosa non probabile, quasi certa) al suo movimento e a quello di Bersani non rimarrebbe altro da fare che allearsi, e sostenere, chi in questi anni ha voluto il Jobs act, la Buona scuola o il decreto Minniti-Orlando. Dopotutto, si rammentava, i parlamentari che a quelle realtà politiche guardano, ai governi che queste norme hanno voluto non han mai fatto mancare la loro fiducia.

Provo a respingere un’obiezione: ma se si scrive quel programma in discontinuità di cui Bersani parla, la storia potrebbe essere un’altra e differente. Già, certo. Se noi potessimo pensare davvero che il piccolo Campo progressista, unito al Movimento dei democratici e progressisti di pari dimensione, possano mai essere in grado di orientare l’azione del Pd a guida renziana; un po’ come immaginare che Giona potesse avere qualche influenza sulla rotta della balena, diciamo.

E poi, un programma che diceva cose come quelle che Bersani dice, quelli l’avevano già steso e fatto sottoscrivere, con certosina e quasi maniacale cura, agli elettori delle primarie ai tempi in cui le vinse lui. E l’abbiamo visto cosa poi è stato di quegli impegni così sacralmente assunti. E siccome saranno le medesime persone, salvo piccoli e ininfluenti cambiamenti, a chiedere sul prossimo programma, quale che sia, il voto, a non fidarmi più di loro non credo di far peccato.

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1 risposta a E se poi le primarie le vince Renzi?

  1. Italiote scrive:

    Avere un “partito acchiappattutto” maggioritario ed annessa disciplina di partito” rispetto ad una coalizione di più partiti ciascuno con parlamentari presenti nelle commissioni (>=3%) non è la stessa cosa dal punto di vista deliberativo.

    “Italicum, dieci deputati della minoranza Pd sostituiti in commissione. Tra loro Bersani e Bindi” (sole24ore, 20 aprile 2015)

    Tra le questioni di sospetta illegittimità ancora non pervenute alla Consulta per via incidentale c’è quella sull’iter di approvazione della legge.

    Se la memoria non mi inganna i alcuni articoli sono stati blindati con la questione di fiducia che è stata omessa solo per la votazione finale.

    “Italicum: governo pone questione di fiducia, bagarre in aula” (repubblica, 28 aprile 2015)

    Se non erro apporre la fiducia comporta anche l’annullamento di eventuali emendamenti presentati in Assemblea.

    Sappiamo (ultimo esempio il tedeschellum poi ritirato) che le minoranze “interne” possano “diventare maggioranze alternative” in Assemblea.

    Ma in sintesi anche in presenza di un rigida “disciplina imperativa da mandato di partito” sarebbe possibile garantire un certo pluralismo deliberativo in funzione del numero di soggetti politici “concessi” dalla censura algoritmicamente codificata nelle leggi elettorali.

    PS: Il presupposto delle deliberazioni è che i decisori abbiano effettivamente titolo a decidere autonomamente e che siano liberi da pressioni; non sarebbe razionale imbastire assemblee di migliaia di partecipanti ove i “decisori effettivi” fossero poche decine a meno di voler misurare la quota di “rumore” nella trasmissione delle loro direttive; Lo storytelling politico che spesso si riduce a “master chef” bravi con le pentole non sembra ammettere deliberazione: il menu da asporto è quello che conta.

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