Brutte notizie dal fronte settentrionale

Sinceramente, quasi cento seggi per l’Afd nel Bundestag non mi li aspettavo. Una crescita poteva essere prevista, e i sondaggi la rilevavano; ma non di certo così grande. Segno che anche in Germania i sondaggisti hanno l’approssimazione a cui noi siamo da tempo abituati o forse che (e in questo potrebbe ancora esserci un barlume di speranza per le sorti del vecchio, e apparentemente sempre più stanco, continente) chi ha votato per loro, in fondo, un po’ se ne vergogna.

Il dato, però, è preoccupante. Soprattutto se si considera la narrazione che della Germania si è sempre fatta in questi anni, pure attraverso i dati utilizzati per descriverla. Un Pil pro capite di sei/settemila euro superiore alla media dell’area Euro, una disoccupazione inferiore alla metà degli altri con la stessa moneta, e di un terzo quella giovanile, e una bilancia dei pagamenti con valori da far impallidire i concorrenti. E allora, da dove nasce quella rabbia che si è concretizzata nel voto contro l’establishment espresso domenica? Perché, azzardo, quello storytelling era, ed è, falso. Facciamo un piccolo passo indietro. Alle comunali di Berlino dello scorso anno, in una città dove la Linke ha preso il 15,4%, l’Alternative für Deutschaland aveva raccolto il 14,2%. E in periferia, a Marzahn-Hellersdorf, per esempio, addirittura il 23,6%, con punte in alcuni seggi superiori al 30. Quindici giorni prima di quella tornata, nel Mechlenburg-Vorpommern, l’Afd era giunta al 20,8% e nel marzo dello stesso anno, nel Sachsen-Anhalt, ex Ddr, addirittura il 24,3. Delle due, l’una: o i tedeschi vogliono tanto, troppo di più del già molto che già hanno, oppure non è vero che stanno tutti così bene, e quelli che stanno male patiscono ancor più il loro stato nel confronto con un racconto che li vuole tutti ricchi, appagati e sicuri.

Ecco, questo del racconto di sé che un Paese fa, o che di esso ne fanno gli altri, potrebbe essere una parte non sottovalutabile del problema. Il sociologo Stefan Selke ha provato a capirne di più nel suo saggio Schamland: Die Armut mitten unter uns (Il Paese della vergogna: la povertà in mezzo a noi, e peccato che non ne esista una traduzione in italiano), partendo dall’analisi di una situazione in cui tanti sono poveri in un contesto che, teoricamente, mette a disposizione a tutti gli strumenti per non esserlo. Da lì la vergogna, che Selke si spinge a definire un meccanismo di disciplina sociale, avvertibile in mille sfaccettature, a partire dal linguaggio, con quel neologismo, «hartzer», ovvero percettori dei sussidi previsti dall’Hartz-Konzept, che nei fatti è una lettera scarlatta cucita addosso a chi è più debole.

Non so, probabilmente è solo una mia idea, ma vivere in un mondo in cui tutti raccontano di cieli azzurri e parlano di ottimismo, mentre tu sei lì a non poterti permettere quello che gli altri sprecano, probabilmente favorisce l’insorgere di quel rancore che poi, attraverso l’opera dei mestatori nel torbido di professione, finisce per cercare in soggetti ancor più penalizzati la ragione del suo insorgere e il nemico da abbattere per sedarlo. No, non è il rimpianto d’una grigia austerità o di una rassegnata parsimonia nel vivere la vita; semplicemente, ritengo che la rabbia cieca di chi, tutto sommato, non manca di nulla se non del superfluo, sia il frutto più avvelenato che il fascismo della «spensierata società dei consumi», per dirla con Pasolini (intervista a cura di Massimo Fini per L’Europeo del 26 dicembre 1974, in Scritti Corsari) ci ha lasciato.

E i frutti dei fascismi non possono che cadere nei pressi delle piante che li hanno generati.

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