Vagli a spiegare che è primavera

Uscendo di casa ieri mattina, l’aria era profumata di nuovo. Bianche, le cime del massiccio dell’Argentera facevano da quinta allo spettacolo di due passeri che, volando, si incontravano e disegnavano curiosi arabeschi, passandomi vicino tanto da sentirne il fruscio delle ali. Sedotto dalla bellezza infinita della primavera, ho pensato che la mia più grande fortuna è aver avuto la tranquillità per poter alzare lo sguardo e goderne.

Già, perché non è scontato aver tempo e modo di guardarsi intorno. C’è chi non può perché proprio non può. Ci sono quelli che sono così battuti nel corpo e vinti nello spirito da non riuscire ad alzare gli occhi da terra. E non si possono dimenticare quanti ritengono di non aver istanti da dedicare a queste insulse passioni, perché sempre tirati devono essere i loro volti e duri i propri gesti. Ed è una tristezza assai maggiore. Ieri, insieme all’esibizione splendente del bello, ho scorto nelle pagine dei giornali la rappresentazione d’un deforme sentire nutrito dal rancore. Quello che si esprime nell’idea di poter punire gli accattoni, nella volontà di allontanare gli «indecorosi» dalle vie del centro e, ora, di poter introdurre per i cittadini stranieri extracomunitari «una giustizia minore», un «diritto diseguale» e forse addirittura «etnico», per usare le parole di due senatori dello stesso partito che quella norma ha voluto, proposto e votato.

Nel motivare il loro non voto, Luigi Manconi e Walter Tocci hanno parlato infatti del decreto Minniti-Orlando come di una legge che «configura per gli stranieri una giustizia minore e un “diritto diseguale”, se non una sorta di “diritto etnico”, connotati da significative deroghe alle garanzie processuali comuni, non giustificabili in alcun modo con le esigenze di semplificazione delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale». «Da un lato», hanno poi aggiunto i due parlamentari, per le controversie legate a quelle procedure, «si abolisce l’appello, ammesso persino per le liti condominiali o per le opposizioni a sanzioni amministrative. Per altro verso, nell’unico grado di merito ammesso, il contraddittorio è talmente affievolito da escludere, salvo casi eccezionali, la partecipazione dell’interessato al giudizio. Giudizio che verrà celebrato, così, in camera di consiglio in sua assenza. Dunque, il richiedente asilo non incontrerà, tranne che in particolari circostanze, il proprio giudice». Con la conseguenza, concludono, «che un principio determinante per il nostro sistema di garanzie, vigente nell’intero ordinamento, viene negato ai soggetti più vulnerabili e a proposito di un diritto fondamentale della persona».

Dopo il voto di fiducia incassato al Senato, il testo passerà alla Camera, ma non avrà problemi a essere approvato. E non solo perché lì il partito del governo ha tutti i voti che gli servono, e quindi il Pd non ha da temere nulla per eventuali emuli di Tocci e Manconi, ma anche perché quelle aule, in questo, sono davvero rappresentative del “Paese reale”. Lo stesso che è sfiduciato perché i ricchi gliel’hanno tolta quella sicurezza che ricerca nella punizione degli ultimi che “sbagliano” persino con la semplice loro esistenza, come sempre fanno quelli nati dalla parte sbagliata, e che, invece di correre con quelli insieme a chieder giustizia vera nella società, implorano i primi di tener lontani i più poveri.

E tu «vagli a spiegare che è primavera» a quelli che volgono al truce «le grinte, le ghigne e i musi» per spaventare gli altri morendo di terrore dentro. E poi, che sia primavera lo sanno, «ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera», convinti così di salvarsi, se non le anime o le coscienze, a seconda delle fedi, almeno quel poco che hanno e quel tanto che guardano nel riflesso del possesso dei signori.

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