Io solo il voto ho per voce (persino quando taccio)

I quesiti referendari presentati dalla Cgil e supportati da quasi tre milioni e mezzo di firme che già hanno avuto un parare di legittimità positivo da parte della Cassazione sono tre: uno per tornare alle tutele dell’articolo 18 contro i licenziamenti senza giusta causa nelle aziende al di sopra dei 15 dipendenti, uno per cancellare i voucher e uno per garantire la corresponsione dei contributi ai dipendenti da parte delle imprese subappaltatrici. Trattandosi di referendum abrogativi è necessario il parere della Corte Costituzionale, e se anche questo dovesse essere favorevole, bisognerà fissare la data entro sei mesi. In pratica, potremmo votare nella prossima primavera.

Giusto per definire i termini della questione, se si andrà al voto sulle proposte abrogative della Cgil, io voterò “sì”, per una serie di ragioni. Perché voglio godermi lo spettacolo dei commentatori sempre pronti a censurare la sinistra del “no” cimentarsi con carambole lessicali (un saluto al Maestrone) per spiegare quelli che “no” sono quelli che votano “sì”. Perché nell’estate del 2015 proprio contro alcuni capisaldi di quella riforma del lavoro raccoglievo le firme in piazza. E perché a quei provvedimenti ero contrario fin da quando stavo nel Pd, e proprio in virtù di scelte come quelle me ne sono andato, perché mentre venivano prese, erano ignorate le voci dissenzienti. Ora, battute a parte, già immagino la solfa di quelli che «voi siete sempre contrari a tutto»; però è una cattiva e sbagliata melodia. Ho sempre detto che quel provvedimento non mi convinceva: se mi si dà una scheda elettorale con cui scegliere se respingerlo o meno, cosa dovrei fare? Tenerlo per non apparire contrario a prescindere? Cercare di far fallire il referendum per non far fallire il Governo? Io ho solo la voce nell’urna (che si può esprimere persino tacendo): se vi interessava, potevate ascoltarla prima, se era superflua e ininfluente allora, lo sarà pure adesso.

Per chiarire i termini della mia posizione, ai tempi in cui il Jobs act si andava definendo, militavo nel Pd. Incidentalmente, e immeritatamente, ero responsabile per i temi del lavoro nella segreteria provinciale cuneese. Ad ogni occasione e dibattito, riunione o incontro, ho sempre detto come per me quel  complesso di norme rappresentasse il contrario di quello che pensavo andasse fatto in materia. Ovviamente, le mie parole sono state archiviate come quelle di chi non rappresenta nessuno oltre sé. E tali erano, per carità. Il problema è che io in quelle ci credevo davvero, dai tempi in cui tutta la sinistra tutta manifestava proprio contro le ipotesi di eliminazione dell’articolo 18 dallo Statuto dei lavoratori, e ci credo ancora. Come credevo e credo che le regole comuni non si scrivano a maggioranza, che i problemi sociali non si risolvano con provvedimenti securitari, che le decisioni sulle opere pubbliche non possano essere prese passando sopra al pubblico che dovrà subirne le conseguenze, eccetera, eccetera, eccetera.

Cose, peraltro, su cui tutti eravamo d’accordo. Semplicemente, io non ho cambiato idea. E se mi si chiede con un referendum, com’è stato sulle riforme della Costituzione o sulle trivellazioni in mare, io rispondo con le mie convinzioni. Se non si vuole arrivare a un’opzione così radicalmente esclusiva, quale appunto quella contenuta nell’approccio binario consistente nella scelta tra un “sì” o un “no”, bisognerebbe mediare, condividere, dialogare prima di assumere le decisioni.

Insomma, far politica. Ed essere capaci a farla, chiaro.

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