Hungry and foolish: così come li volevate

Il dibattito intorno all’imbarbarimento del discorso pubblico e del linguaggio politico non lo capisco. Chiarisco subito: non è che io non sia d’accordo sul fatto che temi e toni di entrambi siano scesi a livelli infimi, solo che non penso che questo sia avvenuto per caso. E soprattutto, non mi piace l’ipocrisia delle classi dirigenti che inorridiscono, facendo ben attenzione al farsi notare nel farlo, rispetto alle parole e agli argomenti che vengono usati. Non li volevate così, hungry and foolish, competitivi e concorrenti? Eccoli qui, con la polvere che hanno sollevato a far da cortina e sporchi del fango nel quale li guardavate dibattersi e correre.

Quale apprendista stregone, l’élite mondiale ha suonato le note del bellum omnium contra omnes, raccontando la favola del merito e proiettando sul fondo della caverna immagini desiderabili di una vita esclusiva e privata, tale proprio perché prometteva di tener fuori l’altro e togliergli qualcosa da dare all’io, per il suo solo godimento. Giocando con la forza degli egoismi, ha provato a forgiare un mondo che fosse sempre più un meccanismo di cattura dei desideri, per orientarli verso quello che voleva che ambissero ad avere. E ci è riuscita. La fame che spinge alla competizione e la follia che regge la concorrenza sono diventate le uniche tracce su cui muovere l’esistenza, e per camminare in quei sentieri sollecitando quegli istinti, si son scelti campioni idonei, che il linguaggio della fame e gli argomenti della follia sapessero interpretare. Il resto, è conseguenza.

La politica ridotta a ruoli ancillari, s’è così riempita di protagonisti buoni a quella tenzone, e progressivamente sulla musica che questi suonavano le orecchie han cominciato ad abituarsi. Quei sentimenti forti hanno iniziato a chiedere frasi altrettanto vigorose, e il ragionamento complesso è andato a ritirarsi sconfitto da una sempre crescente semplificazione urlata. Quello che guardiamo accadere sulla scena della rappresentanza (o meglio, rappresentazione) politica è solo conseguenza, al massimo, epifenomeno. E quello che le si muove dietro, appunto, le va dietro, in una continua discesa agli inferi dell’essere umano slegato dal suo portato sociale.

L’individualismo è stato il motore su cui ha giocato la promessa tradita di un arricchimento facile. Scoperto il tradimento e impegnati i legami fra i singoli al banco della borsa degli affari, la fame e la follia sono rimaste spoglie di orpelli e finimenti. In uno scriteriato tentativo di tamponarne la portata, si è cercato di dar loro in pasto nemici costruiti ad arte: la casta, i professoroni, i vecchi capisaldi del vivere civile divenuti archetipi dei mali dell’oggi.

Ma un’idrovora delle dimensioni di quella messa in moto in anni di riflusso indotto e sospinto non conosce sazietà, e la ricerca di uomini e donne in grado di incarnare una risposta possibile si è acconciata alla selezione per sottrazione, nella speranza che i tanti mossi da identico rancore e voglia di soddisfacimento personale trovassero i modi per calmierare quello sprone montante.

Così s’è giunti a quello che c’è ora, in una china verso il basso che, temo, è ancora lungi dall’esser del tutto percorsa. Figure da bestiari d’osteria e verbi da postribolo minaccioso, ho paura, saranno sempre più i mattoni della casa in cui ci toccherà vivere e muoverci. Semplicemente perché non s’è tenuto conto dei rischi legati al tentativo di sedare le richieste di essere con offerte di averi e di quanto potesse diventare pericoloso e dannoso tirar fuori il peggio dall’ambizione dei singoli per provare a vendere un prodotto in più.

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