O è barbarie, o è folclore

Se il cielo tiene (e vi assicuro che, a guardarlo da Cuneo, in questi giorni non è sembrato tanto un modo di dire), mi riprometto di parlare di quello che ha davvero detto il presidente della Regione Campania, e soprattutto, del messaggio che ha comunicato con le sue parole. Per il momento, invece, vorrei limitarmi a un’analisi, diciamo così, più estetica su quelle uscite e su altre che abbiamo letto e ascoltato in questi giorni di avvitamento pessimo della campagna elettorale in vista del referendum.

Definire, come ha fatto Beppe Grillo, chi ha pensato la riforma e la sostiene un «serial killer delle vite dei nostri figli» è grave, senza attenuanti o giustificazioni. E lo è anche leggere sul suo blog «scrofa ferita» a proposito del presidente del Consiglio. Su questo, chi chiama barbarie quel linguaggio non sbaglia. Allo stesso modo, non può in nessun modo essere derubricato a folclore quanto ha affermato Vincenzo De Luca: in democrazia non esistono atti politici «infami» e di nessuno si può dire che debba essere «ammazzato». Non può esserci nemmeno scherzo, soprattutto se chi lo dice non lo fa per la prima volta, ma aveva già usato quei termini contro altri avversari politici o nei confronti di giornalisti e scrittori per lui «consumatori abusivi di ossigeno». E non può, e non deve, esserci sottovalutazione. Perché se è barbarie l’una, non può essere folclore l’altra.

A chi parla a nome di altri, e un politico questo fa, ne abbia o meno contezza, è richiesto un surplus di attenzione alle parole che usa. Se vuole fare il comico, ne abbaia o meno la capacità, allora può calcare altri palchi, che di certo non mancheranno, se le sue capacità saranno pari a quelle che, dall’alto del posto che occupa o della forza che rappresenta, di sicuro dimostra d’avere. Noi qui, ultimi fra gli elettori, un consiglio da offrire ci sentiremmo d’averlo, antico e moderno allo stesso tempo: est modus in rebus.

Pure in quelle che si dicono solamente.

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