Laddove fanno il deserto, lo chiamano «riforma»

«Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant», fa dire Tacito, nell’Agricola, a Calgaco, generale calèdone impegnato nel tentativo di infondere coraggio e motivazione nelle truppe al suo comando. Mi guardo intorno, e questo è quello che vedo. L’ultima nei giorni scorsi, quando lo scontro sulla tessera alla Puppato è degenerato, a mezzo social e stampa, in una dura e violenta battaglia di delegittimazione reciproca fra l’Anpi e il Pd.

Ma non è nuovo il tenore delle cose ascoltate. Ricordate le proteste dei sindacati sulle azioni del Governo? E la risposta del segretario del maggior partito di sinistra? Sì, quel «ce ne faremo una ragione», presto divenuto hashtag. E tutta la battaglia per la rottamazione? Già: verso chi era rivolta se non contro i simboli, i nomi e le idee di quella che fu la storia della medesima parte da cui muoveva l’attacco? Alla fine di questa stagione (corta o lunga che sia) cosa rimarrà sul terreno, soprattutto da una parte, se non macerie e solitudini politiche? Siamo arrivati al punto in cui un sottosegretario alla presidenza del Consiglio intende trascinare in tribunale chi fa propaganda contro il Governo di cui fa parte e il presidente di una Regione accusa una sua rivale, all’interno del medesimo partito, d’aver fatto una «cosa infame, da ucciderla». Il terreno su cui si è arrivati è folle, e non si può tacere di queste parole e quelle azioni, come del fatto che addirittura è stato scelto quello della Costituzione, la legge e il fondamento di una nazione che si fa Stato, quale campo di scontro: riusciremo a ricostruire il necessario rispetto reciproco che si fonda proprio sulla condivisione e il riconoscimento delle regole comuni?

No, non sto difendendo l’Anpi (a cui non sono iscritto, semplicemente perché penso che i partigiani siano quelli che hanno fatto la Resistenza, non chi si dice tale non avendolo mai dovuto dimostrare), né i sindacati (di cui molte volte ho stigmatizzato scelte e comportamenti), così come non sto in maniera prevenuta attaccando il Pd e i suoi rappresentanti istituzionali (e non potrei essere prevenuto verso un partito per cui ho votato). Non mi rassicura un Governo pronto a muoversi con tutto il suo peso contro chi lo critica, per quanto duramente, e mi spaventa la quiete dei fatti, al di là delle dichiarazioni, quasi di rito, ahimè, dopo le parole di De Luca sulla Bindi da parte di quegli stessi ambienti che furono lesti a trovare uno studio notarile per mandare a casa chi aveva fatto molto meno danni, alla loro immagine e alla democrazia.

Quello che cerco di dire, ormai da mesi, è che si è inteso seguire il modo peggiore per fare politica, quasi fosse un ring nel quale darsene di santa ragione per capire, con la forza dei numeri e il vigore della maggioranza, dove siano il vero e il giusto. Ed è in quell’ottica che vale tutto: l’intimidazione a mezzo di carte bollate, la minaccia vera e propria e dio sa se vorremmo evitare di dover scoprire cos’altro. Ma così i rischi sono davvero troppo altri, e lo scenario e l’ambiente che ci tocca praticare d’una bassezza inimmaginabile sino a poco tempo fa.

O forse è questa la politica oggi: determinare chi vince e chi perde, non importa come.

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3 risposte a Laddove fanno il deserto, lo chiamano «riforma»

  1. Enrica scrive:

    Caro Rocco,
    molto spesso faccio il copia incolla dei tuoi articoli e li invio ai miei contatti. Sai scrivere bene quello che penso anch’io, ma non so spiegare con la stessa tua abilità.
    Mi ha fatto male però leggere la tua motivazione di non iscrizione all’ANPI.
    Gli iscritti che, per ragioni anagrafiche, non hanno potuto essere partigiani combattenti, semplicemente vogliono mantenere viva non solo la memoria di chi invece la lotta armata aveva scelto di farla, ma la difesa di valori e principi della Resistenza. I partigiani combattenti sono ormai una “schiera di eroi” sempre più esigua. Ma gli “umili ed offesi” crescono purtroppo.
    Mi ha fatto doppiamente male perché avevo letto l’articolo di Pigi Battista sul Corriere della Sera, in cui definiva scellerata la decisione di aprire le iscrizioni all’Anpi anche ai giovani.

  2. Rocco Olita scrive:

    Mi dispiace per il tuo dispiacere, ma per me è così. D’altronde, era così pure per l’Anpi, almeno fino al 2006, quando le iscrizioni furono aperte ai nati dopo la Resistenza. Provo a difendere quei valori e quegli insegnamenti ogni volta che scrivo, parlo o agisco, ma è un fatto che io la Resistenza non l’abbia fatta, e sarebbe per me troppo facile sceglierla ora come parte, nel tepore dei tempi democratici. Non ho dovuto mai dimostrare di credere nei princìpi che professo con la stessa intensità con cui dovettero loro, e mi sembrerebbe di usurparne il ricordo e banalizzarne la memoria dicendomi adesso “partigiano”.

  3. Enrica scrive:

    Grazie per la risposta. So bene che difendi i valori della Resistenza, altrimenti non ti leggerei con tanta assiduità. Io non mi considero certo “partigiana” ma semplicemente, come è scritto sulla mia tessera, “antifascista”.

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