Se il potere ha un corpo, puoi prenderlo. Anche a calci

«A chi possiamo sparare?». Con il suo fucile e i suoi panni sporchi di terra e laceri di miseria, un contadino estromesso dal suo podere cerca di trovare un nemico per le sue ragioni. Le parole che Steinbeck, in Furore, dà ai suoi pensieri segnano un punto di vista ancora attuale, maledettamente attuale. Le case, gli averi, i terreni, le ditte, i macchinari: tutto può finire in mano alle banche, per la crisi dei mutui o per i capricci del mercato, e di questo, nessuno, nessun uomo reale, ha colpa.

E allora, come il contadino di Furore, anche l’operaio, il piccolo imprenditore, il padre di famiglia si chiede e domanda agli altri «a chi possiamo sparare?». Quel fenomeno che una catalogazione pigra vuole “populista”, in estrema sintesi, fa questo: indica dei corpi come bersaglio. L’immigrato, il finanziere, il lavoratore in un’altra parte del mondo, il ricco banchiere, il politico arricchito; a seconda dei lati da cui quelle risposte arrivano, il nemico s’incarna in un corpo diverso. Come pure la politica, in quel meccanismo, si fa sangue e membra. Così i toni si alzano, i gesti diventano portanti, perfino le smorfie, le voci caricaturali, i sorrisi entrano nel discorso politico e segnano il perimetro di quello che è diventato il potere (o che, comunque, ambisce a diventarlo).

Mettete i nomi e i volti che preferite a quello che dico, ma il politico oggi fa questo: segna il nemico nei corpi di quelli che ritiene sacrificabili nella sua scalata e propone sé stesso, con le sue caratteristiche fisiche a far da sostanza, quale personificazione delle soluzioni. Precisando che quello che dico non è sempre violento (nel senso materiale del termine) nel suo esplicarsi, esempi di questo modo di agire e parlare ne abbiamo a decine. Purtroppo.

Pare però sfuggire agli interpreti di questa stagione un’altra dinamica consequenziale a quanto mettono in moto con le loro azioni. Se il politico incarna il potere, questo corpo è buono allora per tutto. Compreso l’essere preso a calci. Nella storia drammatica del secolo scorso, l’Italia ha offerto un fulgido esempio di questo procedimento. Dal corpo del capo esibito teatralmente da un balcone o in feste e riti simil-pagani, osannato e riverito fino all’imbarazzante sottomissione del sé, a quello preso a calci (e chissà quanti furono protagonisti di entrambe le esternazioni dei propri sentimenti) in piazza, prima che mani comunque pietose lo vollero issare alla pensilina di un distributore.

Ché se il discorso si sposta ai corpi, allora domande e risposte su quelli saranno cercate.

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1 risposta a Se il potere ha un corpo, puoi prenderlo. Anche a calci

  1. Doriano scrive:

    Grazie Rocco per questi richiami al già visto, al già consumato.

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