Quanto resta di questa notte?

Ieri ho avuto la fortuna di introdurre e dialogare con Andrea Pertici che presentava il suo libro, La Costituzione spezzata, alla libreria l’Ippogrifo, a Cuneo. Molti sono stati gli spunti di riflessione che quell’incontro mi ha offerto, e non pochi i temi che osservati dal punto di vista che proponeva, da addetto ai lavori, come si dice di quelli che le cose le sanno davvero, apparivano e appaiono sostanzialmente differenti da come vengono raccontati. Insomma, un bel pomeriggio.

Chiusa la parentesi personale, rimane l’argomento di questi giorni: su cosa voteremo il prossimo 4 dicembre. Perché qui, guardate, le cose si complicano. Ogni giorno di più. Martedì, con l’usuale mezzo delle nuove direttive governative, e con chiaro riferimento alla madre di tutte le (sue) riforme, Matteo Renzi twittava: «Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread. Avanti tutta, l’Italia ha diritto al futuro». Ora, a parte che nessuno glielo vuole togliere, il futuro all’Italia (che sarebbe anche il mio, per dire), non capisco una cosa: ma quindi, fra qualche settimana voteremo sul Pil? O contro lo spread? O per mandare un messaggio all’Europa che non accoglie i migranti come dovrebbe, e per questo noi nascondiamo le sue bandiere? O per “rassicurare i mercati”? O per consolare Obama, dopo che la Clinton ha perso? Per rispondere a Trump? Per la gioia di Confindustria e della Fiat (quando si dice “poteri forti”)? Perché ce lo chiedono Juncker e la Merkel, ma pure Casini e Formigoni, Fioroni e la Finocchiaro, Napolitano e Violante (ma la “casta” sono gli altri, quelli che votano “no”, off course)?

Boh, io no mi ci raccapezzo più, sinceramente. I temi populisti che si vogliono combattere li si aggredisce ricorrendo al populismo, dal voto “anti-casta” a scendere, diciamo. Lo scetticismo, quando non l’avversione, di alcuni settori politici contro l’Unione europea lo si affronta attaccando l’Europa, minacciando veti e togliendo i vessilli unitari, all’anima dello spirito di Ventotene, pacchianamente celebrato con tanto di portaerei vista isola al tramonto, si potrebbe dire. Il «merito» della riforma continuamente invocato è declinato in una miriade di ragionamenti su tutt’altro, dai rischi di instabilità «se vince il “no”» fino alla minaccia di dimissioni del Governo se non dovesse vincere il “sì”, che sono due parti complementari della stessa profezia che si autoadempie (per quelli della Leopolda, chiamate Recalcati per farvela spiegare).

Una penosa e infinita e buia discesa.

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