Lo specchio di ciò che viviamo

Un brivido m’è corso lungo la schiena, nel vedere le immagini delle barricate contro i migranti a Gorino, frazione di Goro, provincia di Ferrara, Emilia Romagna, Italia, fine ottobre 2016. No, la precisione non è un puntiglio giornalistico; dobbiamo dire dove e quando siamo, per avere il senso della misura delle cose di cui stiamo parlando. E ho tremato perché quelle foto e quei video, quelle istantanee e quelle voci, rimandavano l’idea di gente normale. E lo era.

Senza efferatezze o eroismi: a Gorino, frazione di Goro, provincia di Ferrara, Emilia Romagna, Italia, fine ottobre 2016, c’era la nostra quotidiana banalità. Le persone che tutti i giorni incontriamo per strada, al lavoro, nel bar sotto casa, hanno costruito delle barricate e hanno trascorso la notte per impedire che gli stranieri arrivassero nel loro paese. Cantando La canzone del Piave, sul delta del Po hanno respinto l’invasore: dodici donne, di cui una incinta, e otto bambini. Queste le schiere nemiche di cui hanno avuto ragione, ottenendo la desistenza della Prefettura dalle proprie decisioni e accogliendone l’annuncio con giubilo e plauso, i “resistenti” di Gorino, frazione di Goro, provincia di Ferrara, Emilia Romagna, Italia, fine ottobre 2016.

Ma quella gente non arriva da Marte, non viene fuori da una disastrata periferia d’una grande città del sud povero, non discende da un borgo montano isolato in una valle chiusa; quella è l’Italia nella sua peculiarità di provincia. Con buona pace delle nostre eccezioni e delle precisazioni istituzionali, quelli siamo noi, con i volti, le voci e le idee che abbiamo.

Ho letto, ieri mattina, diverse analisi che suggerivano di non archiviare il tutto come una manifestazione di pancia di una popolazione becera, ma a indagare e approfondire le ragioni da cui quel rancore lì esploso muovono e traggono energia. E spiegavano, inoltre, che queste sono da ricercare nell’impoverimento del ceto medio, nella sensazione di insicurezza, nelle ripercussioni che una globalizzazione senza limiti e regole ha avuto sulle debolezze di ognuno di noi. Ora, a parte che mi stupisce scoprire i giornali “di sistema” dare spazio a così marxiste letture, io non sto archiviando facilmente il tutto alla voce “populismo”, come una pigra politica e una poco curiosa stampa spesso fanno.

Anzi, mi spavento proprio perché rivedo i segnali di qualcosa di molto più profondo e ingente di quel paesino di quattromila anime alla fine del fiume. E lo rivedo nella stessa provincia italiana che Palmiro Togliatti, nella prefazione alle Memorie di un barbiere, di Giovanni Germanetto, vedeva come modello di vita nazionale, «Strapaese», idealizzato e innalzato agli onori del vanto dalla cultura e dalla politica fascista. Una provincia che descriveva come «semifeudale, piccolo-borghese, scettica e bigotta, pettegola e ipocrita, piena di gente che è servile con i potenti, arrogante, ingiusta, crudele con i poveretti».

Certo, ricordava il Migliore, anzi, Ercoli, visto che si era nel ’31, anche in provincia era nato il socialismo, e pure lì erano stati coltivati e fatti crescere i germogli del progresso civile e sociale. Ovvio, ed è l’impegno a cui tutti dovremmo guardare, a partire da quelli che, dal governo o dall’opposizione, passando per i capitani d’industria e i sindacalisti, gli insegnanti e i professionisti, hanno il compito di guidare e rappresentare la nazione. Invece, vedo la tentazione di semplificare tutto per strade comode e in discesa, e mi spaventa l’approdo a cui tale pratica può condurre.

E in quello spettacolo, colgo il senso dello specchio dei tempi e dei modi che stiamo vivendo.

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