Da Lampedusa a Calais

«“Keep ancient lands, your storied pomp!” cries she/ With silent lips. “Give me your tired, your poor,/ Your huddled masses yearning to breathe free,/ The wretched refuse of your teeming shore./ Send these, the homeless, tempest-tost to me,/ I lift my lamp beside the golden door!”». Sono alcuni dei versi di The New Colossus, il sonetto di Emma Lazarus riprodotto in bronzo sotto la Statua della Libertà a New York.

Tenetevi i fasti della vostra storia, antiche terre, e datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta d’oro. Sembrerebbe scritta per Lampedusa, se l’Europa non fosse chiusa nelle sue paure. Invece, a Calais il vecchio continente mostra quanto sia dorata e non d’oro la sua immagine, facile al luccichio, ma nera come il fumo dei lacrimogeni appena sotto la superficie.

Non c’è nulla di più duro di respingere chi fugge perché altrimenti morirebbe. I muri che con tanti festeggiamenti fingevamo di voler abbattere appena un quarto di secolo fa, quanto di più peculiare si stia producendo oggi in questa parte di mondo che chiamano Occidente. Reticolati, filo spinato, barriere e blocchi; cortine di ferro e cemento lungo tutto il margine della poca, illusoria, realtà che pensiamo di poter preservare più a lungo solo se riusciremo a tenerne lontani i meno fortunati.

E ricordo il sangue migrante che bagna le mie vene.

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1 risposta a Da Lampedusa a Calais

  1. Enrica scrive:

    Grazie Rocco. Hai scritto un pezzo bellissimo: commovente perché vero, doloroso perché vero, da far conoscere perché vero.

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