La classe (dirigente) non è un blog

Quello che sta succedendo intorno e dentro l’amministrazione capitolina non è per nulla eccezionale. O meglio, non lo è nella situazione che si è venuta a creare e date le premesse da cui si muoveva. Sto dicendo che un’esperienza di governo dei Cinquestelle è, o sarebbe, per sua stessa natura condannata al fallimento? Quando mai; dico solo che se sostieni che si possa, e si debba, praticare una democrazia diretta reale ed effettiva, in cui uno vale uno e nessuno decide per altri, allora non puoi meravigliarti che quando scegli qualcuno per decidere s’ingeneri un corto circuito difficilmente superabile.

In sintesi, se predichi l’idea della gestione diffusa e collettiva a mezzo blog in cui ognuno può entrare nel merito, al di là delle personali competenze, delle scelte effettuate da chi è deputato a prenderle, può capitare che quel alcuni siano spinti a rinunciare a quell’incarico. Se ti fai alfiere della teoria della “cuoca di Lenin”, non puoi stupirti che chi in quella logica non si ritrovi, perché crede che le capacità siano differenziate e così pure le responsabilità, e anche le indennità, lasci con tanti saluti ai cucinieri. Per esempio, se scegli un esterno perché preparato e gli chiedi dirigere una struttura e poi l’assessore di riferimento ne mette in discussione il ruolo o la sorella di un politico comunale (chi?) del tuo stesso movimento lancia una riuscita campagna seguita dai tuoi stessi attivisti per denunciare la dispendiosità dell’emolumento riconosciutogli, come minimo quello molla. Che dovrebbe fare, prendere gli insulti social di quelli che l’hanno scelto? E per cosa, per una causa che non s’è spiegata o in nome di un’ideologia mai chiarita? Ma non erano superate le ideologie? Bene, allora fa quello che c’è scritto in parcella e se dirige lui, dirige lui, non “il Movimento” attraverso imperscrutabili votazioni online.

Altrimenti, fatevele voi, nello spirito del tutti siamo capaci a fare tutto, basta l’onestà e lo stipendio lo decide il direttorio. Su La Stampa di ieri, Jacopo Iacoboni scriveva che a Roma sta andando in crisi un’idea di M5S «dei grand commis». In parte è così, ma non perché vada in crisi ora, perché quell’idea è proprio “contro natura” rispetto a quella forza politica. I Cinquestelle sono nati e cresciuti contrapponendosi al sistema che i grand commis rappresentano, sfruttando il rancore degli esclusi e alimentando una forma di plebeismo arrabbiato sulle parole di un egualitarismo da praticare sul gradino più basso della scala sociale, rinunciando, in pratica, a ogni visione progressista.

Finché a scegliere e nominare (e pagare, non dimentichiamo che quello del “soldo” è stato il principale fulcro su cui la polemica grillina ha fatto agire la propria leva) assessori, manager e consulenti erano gli altri, la partita era facilmente giocabile. Quando è toccato a loro fare la stessa cosa, s’è scoperto che non tutto il mondo era disponibile a sottostare al controllo oscuro della Rete o a lavorare per quello che basta (e avanza) a una robertalombardi o a un alessandrodibattista qualsiasi.

E poi, scusate, non è mica che i non-grillini siano tutti esosi o indisponibili alla condivisione del potere, è proprio che non può funzionare così, se non all’interno del ridotto chiuso e settario dei, pochi o tanti non ha importanza, votati alla causa. Fatemi capire: uno che ha un mestiere che gli permette una vita agiata dovrebbe accettare la responsabilità, e la fatica, di guidare una macchina amministrativa complicata come la direzione generale di Roma o quella di una disastrata partecipata sottoponendo le sue scelte a un non meglio specificato “controllo direttoriale” mentre, dalla stessa compagine che lo ha indicato, politici divenuti tali per sottrazione fanno le pulci alle sue buste paga incitando al mediatico linciaggio sulla sua persona per il reddito e le passate esperienze?

Se vuoi fare la rivoluzione contro le élites, non puoi chiedere la collaborazione delle élites.

Piccola nota a margine. Non ho strumenti per valutare l’impatto di quanto sta accadendo sul possibile consenso al M5S, ma non credo che influirà molto negativamente. Il perché di questa mia valutazione è in ragioni, diciamo così, “umorali”. La base e il corpo elettorale di quel movimento, penso, non saranno scossi da quelle dimissioni, anzi, potrebbero accoglierle col plauso della vittoria. A lasciare, infatti, sono stati un capo di gabinetto già criticato per lo stipendio non proprio in linea con i canoni grillini, un assessore al bilancio che viene dalla Consob, quindi da sfere vicine al mondo della finanza, incarnazione del male in molti racconti grillai, e tre manager di quelle partecipate da sempre viste come ricettacolo di ogni collusione e corruzione. Certo, per me è la dimostrazione di una incapacità figlia del dilettantismo e su questo molti dei commentatori dei maggiori giornali si stanno fiondando. Però io non voto per il movimento di Grillo e quelli che lo fanno immagino che non annoverino quegli opinionisti fra le loro letture quotidiane e più seguite.

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1 risposta a La classe (dirigente) non è un blog

  1. Fabrizio scrive:

    Carissimo Rocco Olita,
    mi sento il dovere di esprimere l’ultimissime riflessioni, paure , …
    Se la rappresentanza non ha senso e la classe dirigente si inventa, si compra, non resta che pensare a due detti :
    “bene lontano e’ meglio di un male vicino”
    “e’ meglio dare e pentire che tenere e patire”
    Anche io non voto per il movimento di Grillo e per la lega di Salvini, ma ……….!

    Ciao, Fabrizio

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