Potere costituzionale e potere costituito

«Le condizioni stabilite dalle norme censurate sono, viceversa, tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 Cost.».

La citazione è tratta dalla sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale, e quelle «norme censurate» di cui parla sono gli articoli del Porcellum, la legge elettorale con cui furono elette e si costituirono le attuali Camere nel febbraio del 2013. Le stesse che hanno messo a punto una delle più importanti riscritture della Costituzione che la Repubblica ricordi. Si può riscrivere la Carta fondante di uno Stato? Certo che sì. E a chi è demandato quel potere “costituente”? Al popolo e alla sua sovranità espressa attraverso la rappresentanza istituzionale. Ma se proprio quel rapporto di rappresentanza si è rotto, così tanto alterato da richiedere un pronunciamento della Consulta per censurarne lo stravolgimento, i rappresentanti hanno ancora la legittimità democratica d’esercitare, da potere costituito in quei modi e in quelle forme, il potere costituente in conto dei rappresentati?

Perché il problema è tutto qua: cambiare un terzo della Costituzione intervenendo, de facto, sulla stessa forma di governo del Paese, si può fare senza rappresentare direttamente e proporzionalmente il corpo elettorale? La sentenza della Corte costituzionale sanava l’eventuale vizio di legittimità per gli atti dal Parlamento assunto col vincolo di continuità delle istituzioni. Ma era da intendersi, quel principio, nel solco dell’ordinario, del necessario, non dello straordinario e del non imprescindibile; e per quanto una certa retorica interessata affermi il contrario, ripensare il fondamento dello Stato non lo era (prevedendo un’obiezione, non basta il referendum a coprire le mancanze relazionali fra eletti ed elettori, perché indelebile sarà comunque il tratto che l’Esecutivo, cioè l’espressione di governo della parte maggioritaria formatasi da quel guasto, gli ha impresso).

Oppure, se davvero era urgentissimo e ineluttabile, si poteva ritornare alle urne con la legge ridisegnata dalla stessa sentenza, eleggere un Parlamento di sicuro più rappresentativo dei reali equilibri fra le forze politiche, perché compostosi su basi proporzionali, formare un governo effettivamente di unità nazionale e, avendolo dichiarato in fase elettorale, ridisegnare una nuova Costituzione tenendo conto del peso reale delle proposte degli attori presenti e non facendola passare con i soli voti della maggioranza, per di più determinatisi nei modi che sappiamo. Dopotutto, l’Assemblea costituente fu eletta col proporzionale.

PS: siete poi sicuri di voler dividere il Paese su un tema come la Costituzione?

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