Non si starà esagerando col revisionismo?

Giorgio Albertazzi è stato un grande attore; metterlo in discussione sarebbe insensato. Ma è stato anche un “repubblichino” e un collaborazionista degli invasori tedeschi nel periodo post armistizio che sprofondò l’Italia nei peggiori venti mesi della storia recente; ignorarlo e non tenerne conto nel giudizio complessivo della sua vita per me è impossibile. Perché il tempo può agevolare il perdono, mai favorire la cancellazione delle colpe. E se un’amnistia pacificò la giustizia istituzionalizzata, la memoria non può dar pace a quella degli uomini.

Un passato, quello della partecipazione attiva alla Repubblica di Salò, che Albertazzi non ha mai negato e di cui, come raccontò pochi anni fa ad Aldo Cazzullo, non si è mai pentito, e che nemmeno nei ricordi ufficiali della Rai è stato messo da parte. Mi ha però incuriosito il modo in cui il Tg2 ha trattato la questione. Cito dal servizio andato in onda sabato 28 maggio nell’edizione delle 20,30: «Giorgio Albertazzi è stato in fondo tutta la vita un sacerdote della parola umana declamata, scelta fra i suoi massimi forgiatori, in testa a tutti Shakespeare, che lui ha corteggiato fin dagli inizi, una volta superata la tragica parentesi della guerra civile italiana, in cui lui si schierò con il Mussolini di Salò e non con i suoi nemici». Diamine, come se fosse stato uguale scegliere una parte o l’altra!

Il “Mussolini di Salò” era quello liberato dai nazisti e di questi alleato. I suoi nemici erano i partigiani che ci hanno dato la democrazia e gli eserciti dei Paesi che hanno liberato l’Europa e il Mondo dal peggiore degli incubi. Non si era ciechi in quegli anni: semplicemente, ci furono quelli che guardarono al fascismo come destino nazionale pure dopo che già tutto di quell’esperienza avevano visto, quanti a cui fece comodo non vedere e fingere di non aver capito quel che stava accadendo intorno a loro, e chi a tutto quello si ribellò e resistette. Fu guerra civile? In parte sì, se per questo intendiamo connazionali che si combattono a vicenda; ma fu principalmente una lotta per la libertà contro la dittatura, e non è uguale esser stati da un lato o dall’altro della barricata.

In un dialogo con Pietrangelo Buttafuoco apparso su Il foglio del 12 novembre 1999, Norberto Bobbio ricordò un aneddoto capace, da solo, di spiegare cosa avvenne in quegli anni. «Un giorno Giorgio Pisanò, incontrando Vittorio Foa, gli disse: “Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano”. Foa gli rispose: “È vero, abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore, avessi vinto tu io sarei ancora in carcere”. Ecco, ci rifletta. Ci rifletta un istante».

Ecco, riflettiamoci un istante. Soprattutto domani, mentre festeggiamo questa Repubblica.

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