Ma dov’è la novità?

«Una modalità tipica degli ultimi 30 anni è stata che le discussioni nei talk show, negli editoriali, nei dibattiti politii e tra gli addetti ai lavori sono state incentrate sulle cose che non vanno. Avete mai visto un direttore commerciale che dice: dovrei vendervi questo prodotto che fa schifo? Guardate le rassegne stampa sul turismo. È evidente che ci sono cose da migliorare, è evidente che ci vuole una gestione molto forte, una promozione turistica che non può che tornare a livello nazionale. Però se continueremo a credere alla lunga lista di persone che quando c’è un dato guardano solo al dato negativo, che vedono solo il bicchiere non mezzo vuoto ma un quarto vuoto, non rilanceremo mai il turismo». Così il presidente del Consiglio, intervenendo al museo nazionale ferroviario di Pietrarsa, a Portici.

In sintesi, dice Renzi, basta piangersi addosso, come si è fatto da tre decenni a questa parte, e diamoci da fare. Come non essere d’accordo con lui, se non fosse che è assolutamente vero il contrario. Non che non sia necessario darsi da fare, ma che nell’ultimo trentennio il racconto sia stato proprio, e solo, quello delle cose che andavano bene, dal Paese “da bere”, a partire dalla sua capitale economica passando per i “ristoranti pieni” e fino a quel “l’Italia riparte” assurto a slogan della stagione presente del potere trionfante, con simile stile e identico piglio dei narratori. Così come non dissimile è stato il dileggio di quanti osavano non allinearsi, “cassandre”, “livorosi” o “gufi”, lungo una linea discendente della qualità degli epiteti, forse specchio di quella culturale delle élite.

Mi chiedo dove sia la novità. Chi si trova pro tempore al governo, nel tentativo d’eternare quella permanenza, o almeno d’allungarla, col sole in tasca prova a raccontare di cieli azzurri su prati verdi. Quelli che vivono al livello della strada, un po’ si fan convincere (“tanto, che cambia? Uno vale l’altro, ma questo vince”), un po’ sbattono contro la realtà che sanno essere diversa, se ormai, da almeno quei trent’anni di cui parla il premier, i figli stanno spesso peggio dei padri. Fino al giorno in cui, padri e figli, te li ritrovi a lanciar monetine davanti all’hotel Raphaël, a intonar l’alleluia del Messiah di Händel sotto il Quirinale, o quel che sarà la prossima volta.

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