E poi si stupiscono dell’astensione

Lunedì sera non ho saputo resistere alla tentazione di guardare i video dei principali interventi alla direzione del Pd; ognuno ha i limiti che ha, e io ho i miei. Fra questi, di sicuro c’è quello di interessarmi ancora alle vicende della cronaca politica e, probabilmente, anche quello di non capirle più. O meglio, di non capire più il perché dovrei continuare a interessarmene.

Vedete, ormai la rappresentanza è un concetto che chi fa politica ha buttato via con l’acqua sporca dei passati sistemi elettorali. Rimane solo il governo, per non dire solo chi governa o si candida a farlo. Bene; in questo, quella del Pd è nei fatti la squadra con maggiori possibilità, direi, anzi, quella dei promessi vincitori. E se sono quelli che ho visto alternarsi da quel palco, allora cambio canale e mi dedico ad altro. Guidati da un segretario che si dice sicuro di riuscire a «spazzare via la santa alleanza delle opposizioni» (all’anima dello spirito democratico) e che i suoi rivali interi – già, perché se quella è l’unica via per il governo, lì si tiene la battaglia – giudicano «insufficiente» la sua azione di segretario e lui stesso, peggio, uno a cui «manca la statura del leader», pure se coltiva «l’arroganza dei capi» (e stiamo parlando di chi, comunque, lo sostiene), tra la tronfia vacuità di amministratori in cerca di tribune e giovani speranze capaci di parlare per infiniti minuti senza dire assolutamente nulla (che pure dev’essere una dote), sono loro, a parere di quelli che commentano le cose che accadono, i più competenti e maggiormente titolati a “fare politica”. Quindi, che voto a fare?

No, sinceramente: voto per sostenere una classe dirigente capace di scambiare i colpi della sorte per gli esiti della bravura, la loro, s’intende, tanto da credersi “arrivata” per meriti oggettivi? Esprimo un consenso per governare il Paese a chi difficilmente affiderei la gestione di una pizzicheria? Con tutto il rispetto per i pizzicagnoli, ovvio. E dall’altra parte, nel lato di chi con più numeri vi si oppone, le cose non vanno di certo meglio, anzi. Davvero, mi si chiede di scegliere fra quelli che considerano un fastidio il confronto e quanti pensano che ci sia un complotto per ogni cosa, addirittura per farli vincere: perché dovrei perderci del tempo?

Lo so, lo so: “ma tu”, mi potreste dire, “ti ritieni migliore di loro?”. “Scusate”, vi risponderei, “ma che c’entra? Io sono l’ultimo degli elettori; essi, invece, i primi fra gli eletti, ai diversi e differenti livelli”. E poi, onestamente, è stucchevole metterla su quel piano: che siano i migliori a fare politica è il minimo che, con coscienza, si possa volere, indipendente dal fatto che chi lo voglia si ritenga o meno all’altezza di quel ruolo. Da anni, al contrario, si spiega che ci si deve accontentare dei “meno peggio”, perché altrimenti vincono quelli ancora peggiori e quindi è utile votare per i primi.

Una storia troppe volte sentita, e che non m’interessa più.

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