Il tempo di parlarci

Decine di morti, centinaia di feriti, il sangue, il fumo, il pianto di quelli che c’erano, i corpi stesi per terra, i volti atterriti di quanti scappavano. Le parole ovviamente non bastano; superflue o inutili, non leniranno nulla di quel dolore. Eppure sono solo e tutto quello che abbiamo, l’unica cosa che ci distingue dalla brutalità lì manifestatasi, nel silenzio della ragione coperto dalle esplosioni.

“Non è più il tempo di parlare”, ho sentito. Già, forse. Credo, però, che sia proprio nel silenzio che cede alla rabbia il peggiore dei mali del mondo presente. Il tempo di parlare, di pensare, è l’unico che possiamo permetterci. Perché è proprio avendo smesso di interrogarci su quel che accade che siamo giunti a questo punto, per la cecità che vede nelle forza la soluzione, o con la sordità che teme d’ascoltare le debolezze, che oggi viviamo immersi in uno stato di relazioni incomunicanti, che non si incontrano, al massimo scontrandosi nel loro girare in cerca di posto.

Quanto dev’essere atterrito chi pensa che bombardare un deserto in qualche parte del mondo possa sedare il moto di rivalsa di chi ha già perso tutto? Quanto dev’essere disperato colui che si fa saltare in aria, condannando il suo prossimo nella fine che ha scelto per sé? E quanto tremuli e senza fiducia nel domani dobbiamo essere noi per invocare soluzioni che sappiamo non aver mai funzionato prima, convincendoci, o tentando di farlo, che ripeterle darà risultati differenti?

È invece il tempo di parlare, di ragionare, di pensare a come porre rimedio a ciò che sta avvenendo. Che è uno scontro, ma di classe e sociale, prim’ancora che civile e culturale. E necessita di uno sforzo politico, non certo bellico, che c’è e non risolve affatto, se non gli appetiti e gli interessi di chi, avaramente, pensa a come trarre beneficio da situazioni complicate e per loro stessa natura conflittuali.

Almeno, così è come la vedo io. Perché ormai «ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia».

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