La medesima libertà di espressione

I collettivi studenteschi che impediscono a un professore di parlare a seguito delle posizioni, espresse in alcuni articoli, che lo stesso ha assunto sulla necessità degli interventi militari internazionali è una notizia che non credevo avrei mai dovuto commentare in questa stagione in cui l’intensità del conflitto culturale e politico fra ideologie differenti è così bassa, superiore appena alla qualità dei fatti del contendere.

In tempi di scontro simulato su argomenti secondari, quello duro su temi come la pace o la guerra non me lo aspettavo. E non m’aspettavo pratiche, inaccettabili, lo dico prima dei fraintendimenti, che immaginavo relegate ad altri anni. Limitare la libertà di espressione di Angelo Panebianco è sbagliato, ancor di più se fatto in una sede del sapere e da ragazzi che del confronto dovrebbero fare il proprio strumento di crescita. Non condivido quasi nessuna delle idee del docente bolognese, anzi, ritengo che esse si inseriscano nel solco di quella deriva arrogante e guerrafondaia che ci ha condotti alla follia di questo mondo ingestibile, ma difendo la sua facoltà di esprimerle, come difendevo quella di Erri De Luca o di Toni Negri.

Perché, vedete, voi che vi scandalizzate degli attacchi a Panebianco, il diritto di “dire la sua” del professore è lo stesso che un procuratore e un’impresa volevano limitare a De Luca e qualche personaggio politico in cerca di spazio sui giornali immaginava vietato per Negri. L’obiezione secondo cui, in un caso e nell’altro, si poteva porre l’ipotesi che la loro presenza o le loro frasi in qualche modo giustificassero la violenza presente e passata è totalmente fuori luogo, per almeno due ordini di motivi.

Per primo, se parlare di cesoie contro delle reti o esser stato protagonista di un’epoca buia, peraltro pagando, come si dice, il proprio “debito con la società”, è istigazione alla violenza, cosa sarebbe mai lo scrivere sul più importante e autorevole giornale italiano in favore di un intervento militare? E poi, ripeto, qui si sta parlando di libertà di esporre un’opinione ragionata (nell’era in cui si sente la gratuità dell’offesa, quella sì violenta, senza che nessuno stigmatizzi mai seriamente, se non come questione di stile), non della condivisione o meno di quanto viene affermato.

Ci fosse, in questa società in cui il confronto è fatto di tweet e status (quanto simile questa comunicazione digitale al procedere per slogan di cui i giorni che poco più su ho citato quali bui sono stati intrisi, e quanto quello dette all’indurirsi del dialogo fra i diversi e contrapposti schieramenti?), di semplificazioni e adesioni aprioristiche, di fedi e idee sbandierate come cori allo stadio, un modo per fare del dialogo che nasce dalla contraddizione e dal dissenso, altrimenti è “monologo”, seppure a più voci, e che punta alla costruzione del pensiero, casi simili ne vedremmo meno, e sarebbero comunque anch’essi occasione di crescita sociale e individuale. Invece, siamo qui a tifare per l’uno o per l’altro, al di là del merito delle questioni, molto più indietro rispetto alla realtà delle cose.

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