Ma di quale Paese parla?

Confesso che lo faccio raramente. Stamattina, però, sono stato attratto dal titolo e ho letto il “Buongiorno” del vice direttore de La Stampa. Anzi, a dire il vero l’ho anche riletto, perché mi era parso d’aver frainteso il motivo della sua solita paternalistica sortita. E invece no, avevo proprio avuto ragione al primo sguardo: parlava di un’altra Italia.

Nel Pese di Gramellini, infatti, nove abitanti su dieci “consumano la vita all’interno della stessa provincia. Talvolta della stessa casa”. Nel mio no. Alle medie andavo nella sezione “D”. Questo significa che ce ne erano almeno quattro, che con una ventina di alunni per classe fa un numero fra gli ottanta e i cento miei coetanei. Oggi, per contare i nati nel ’77 che vivono a Stigliano credo che siano più che sufficienti le dita delle mani. Al contrario di quello che racconta la firma del quotidiano torinese, nove su dieci sono andati via, forse pure di più, e ben oltre la provincia in cui sono nati.

E se penso al paese di mia moglie, Accettura, non è diverso il racconto numerico e migratorio, dove tutti hanno un cugino o un cognato a Stoccarda o a Toronto. E non è una novità. All’inizio del secolo scorso, il mio bisnonno viveva a Brooklyn. Cinquant’anni dopo, mio nonno imparava a conoscere i profili dei monti della Svizzera francese. Mio padre, da poco più che bambino, ha visto le nebbie del lago di Como, mi madre, appena ventenne, ha imparato che il mais poteva essere alto più di un uomo. Mia suocera sa che colore ha l’acqua del lago di Costanza vista da Friedrichshafen e suo figlio quella dell’Aniene e del Tevere. Mio fratello è in Piemonte, la sorella di sua moglie a Bologna.

I miei amici d’infanzia e dell’adolescenza vivono a Roma, a Milano, finanche in Brasile: altro che “traslochi di pianerottolo”. Però, su una cosa sbaglia ancora di più che su tutto il resto: Cristoforo Colombo è poco meno di una bestemmia. L’ideale romantico con cui chiude il sermone del buon borghese, rende bene l’idea della differenza di realtà e situazioni del mondo di cui parla lui rispetto a quello che conosco io.

Lui guarda alla società dei ricchi, dove un giovane può partire per andare “in cerca di sé”, e dove la “scarsezza di risorse economiche e di opportunità lavorative ci mette del suo” nel tenere i ragazzi legati alla casa paterna. Io ho visto le terre in cui un giovane deve partire per cercare quello che manca e sì, la “scarsezza di risorse economiche e di opportunità lavorative ci mette del suo”, ma esattamente al contrario di quello che dice nel suo editoriale, cioè spingendo quelli che forse, di tagliare le radici, non avrebbero tanta voglia, soprattutto perché sanno che lì dove arriveranno, saranno tutt’altro che guardati quali viaggiatori eroici.

Ma in fin dei conti, Gramellini ha ragione. Lui parla della nazione che conosce, che frequenta i suoi ambienti e ha le sue abitudini. Io di quella che si mette sugli autobus e nelle auto per decine di ore, che si ritrova per le feste e sa raccontarti di quel che pensano gli anglosassoni perché fra loro ci vive o ci ha vissuto.

Già, l’Italia di cui egli parla non è la stessa vissuta da quelli come me.

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1 risposta a Ma di quale Paese parla?

  1. Enrica scrive:

    Lo stesso discorso vale per “Non cambieremo il nostro stile di vita”. Non vogliono certamente cambiarlo tutti quelli che hanno uno stile di vita piacevole. Lo cambierebbero volentieri quelli che invece hanno uno stile di vita povero, disagiato, infelice.

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