I figli dei ricchi non vanno in guerra

Leggendo le recensioni di Truth, la storia, portata sulla scena da Robert Redford e Cate Blanchet con la direzione di James Vanderbilt, della produttrice televisiva e del giornalista che finirono in disgrazia per aver attaccato frontalmente la famiglia Bush e il rampollo George W., accusandolo di essersi, sostanzialmente, imboscato nella Guardia nazionale mentre i suoi coetanei venivano macellati sulle rive del Mekong, mi sono francamente stupito. Stupito dello stupore che quella storia suscitò negli Usa, intendo.

Al di là del merito e dei documenti a sostegno dell’inchiesta giornalistica della Cbs, non c’è nulla di strano nell’apprendere che uno come Gerorge W. Bush possa essere riuscito a non partire per il Vietnam. Perché? Semplicemente perché i figli dei ricchi non vanno in guerra. Gerorge W. lo era? Bene, allora in quel mattatoio asiatico difficilmente ci sarebbe finito. Quello è stato appannaggio dei poveri, al massimo della classe media, non certo dei figli di papà, e di che papà, poi.

No, non è una cosa che ho appreso dal film, ma che so da sempre. Me la raccontava mia madre riportandomi i ricordi di suo nonno, che aveva conosciuto “l’Italia unità” nelle trincee della grande guerra, scoprendovi l’inesistenza dei signori. E se volete qualche riferimento più aulico che non sia resoconto d’un vecchio cafone, vi cito le parole di un fine intellettuale. Scrive Emilio Lussu, nel racconto Il cinghiale del diavolo, a proposito del fronte: “Tale vita in comune rivelava ai combattenti sardi, ogni giorno, nozioni straordinarie che per loro erano nuove. Per la prima volta si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri, dov’erano? Il disprezzo per gl’imboscati raggiungeva da noi le vette più alte e, di tanto in tanto, si scopriva che dei plotoni intieri mandavano cartoline d’insulto, con firma e indicazione del reparto, a imboscati celebri di cui circolavano i nomi. Che la guerra la si dovesse fare, non era questione. Ma perché il re l’aveva ordinata? Perché la facciamo? Questa domanda l’ho sentita migliaia di volte. I prigionieri che facevamo, austriaci, ungheresi, cechi, bosniaci, erano anch’essi tutti contadini e operai. Altra scoperta: anche dall’altra parte, la guerra la facevano i contadini e gli operai. E anche loro, perché la facevano?”.

In questi giorni in cui si parla di far rimanere in Afghanistan i nostri soldati (sissignore!, risponde il prode milite Renzi alle richieste del commander-in-chief Obama) o di partire alla volta dell’Iraq, della Siria, della Libia, pensateci. E pensateci pure voi che non perdete occasione per ribadire come sia indispensabile “riportare a casa i nostri ragazzi” trattenuti lontano; magari, non mandarceli sarebbe il primo passo in quella direzione. E chissà se prima o poi ci penseranno anche gli americani: “All foreign wars, I do proclaim,/ live on blood and a mother’s pain./ I’d rather have my son as he used to be/ than the King of America/ and his whole Navy!

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