Il riconoscimento delle capacità dei migliori

Un paio di giorni fa, guardavo in tv Gennaro Migliore cercare di spiegare come fosse giusto togliere le tasse sulle case dei ricchi, anche quelli che vivono in ville e castelli, e triplicare la soglia per l’utilizzo del contante. Niente di male, certo, ognuno può difendere quello in cui crede; il fatto curioso, semmai, è dato dalla considerazione che proprio lui ha sempre parlato di tassare i patrimoni e gli averi dei più abbienti e, appena nel 2014, aveva presentato una proposta di legge (primo firmatario Boccadutri, altro nome singolarmente legato a questioni di soldi in queste settimane) per dimezzare il limite dei pagamenti in contanti.

Il repentino e radicale (ora capisco pure cosa intendesse per “radicalità” ai tempi in cui militava nel Prc) cambiamento di Migliore ha scatenato le ironie da social. Così come non ne erano state risparmiate qualche giorno fa al presidente del Pd Matteo Orfini, simpaticamente colto a chiedere le stesse dimissioni a Marino per cui, quando a chiederle erano altri, segnalava con affetto come quella fosse proprio la posizione della mafia. E immagino che non saranno negate tali premure nemmeno in futuro a quanti, penso all’austero Cesare Damiano, già pongono come indiscutibile la difesa dei contratti collettivi nazionali, che i canti di guerra delle truppe renzichenecche hanno invece eretto a simbolo da abbattere.

Il consueto sprezzo da comunità on-line, però, punta il dito contro quei mutamenti di opinione legandoli alla supposta volontà dei protagonisti di mantenere, rinsaldare o garantirsi i propri posti, e le relative comodità, per l’oggi e per il domani. Non sono d’accordo. Certo, la circostanza per cui chi è più pronto a servire le idee degli altri sia quello che ottiene maggiori riconoscimenti sociali ed economici può disorientare. Ma a ben guardare, le cose non stanno affatto così.

Ci viene in aiuto un piccolo testo di Paul H.D. d’Holbach, filosofo tedesco naturalizzato francese, esponente della cultura illuminista e autore di molte voci dell’Enciclopedia. Scrive infatti questi a proposito di quanti sono animati da spirito di servizio: “gli Stati sembrano fatti apposta per queste creature così rare; la Provvidenza assicura loro i piccoli agi quotidiani; il sovrano in persona si fa amministratore delle loro finanze”, ed essi lo ripagano, e in quel ripagarlo svolgono un ruolo indispensabile per l’intera società. “I cittadini ingrati”, continua il nostro autore, “non immaginano quanta riconoscenza dovrebbero a questi uomini generosi che, pur di mantenere alto l’umore del sovrano, si condannano alla noia, si sacrificano ai suoi capricci, gli immolano di continuo l’onore, la probità, l’amor proprio, la vergogna, il rimorso. Possibile che ci siano sudditi così ottusi da non intuire il peso di tanti sacrifici? […] Per quanto siano dotati di forza di spirito, per quanto abbiano la coscienza corazzata dall’abitudine di disprezzare la virtù e calpestare la probità, gli uomini comuni fanno sempre fatica a soffocare in sé il grido della ragione”. E quindi, solo chi è realmente speciale “è in grado di ridurre al silenzio questa voce inopportuna; solo lui è capace di un così nobile sforzo”.

E che sia davvero nobile un così alto sforzo, lo testimoniano le doti che ancora d’Holbach individuava in un siffatto campione: “non deve mai avere un’opinione propria, ma sempre quella del suo padrone o del suo ministro, e deve avere la sagacia per intuirlo; […] non deve avere mai ragione, non gli è concesso di essere più brillante del suo signore o benefattore: deve sapere che il suo sovrano o chi ne fa le veci non sbagliano mai. […] (Lui) deve imparare a essere affabile, affettuoso e gentile sia verso coloro che potrebbero aiutarlo sia verso coloro che potrebbero nuocergli. Può mostrarsi altezzoso solo verso coloro di cui non ha bisogno. Deve conoscere a menadito il valore di chi incontra sui suoi passi”. Dunque, “non può distrarsi un istante”, la sua vita “è uno studio continuo”.

Pertanto, sempre il nostro illuminista ci spiega come siano fuori luogo le cattiverie sul loro fare per avere, e come, semmai, sia vero il contrario: “Non è forse giusto che gli Stati paghino a peso d’oro chi si spende tanto al servizio del Principe? Tutti i tesori dei popoli basterebbero appena a pagare questi eroi che si immolano per il bene collettivo; non è forse giusto che gli uomini che si adoperano così alacremente per i loro concittadini siano perlomeno ben retribuiti?”.

Andiamo, dunque, non perdiamoci in osservazioni da cafoni e menti semplici, lo diceva anche un grande dell’epoca dei lumi. C’è solo una cosa che non ho capito. Non mi spiego perché chi curò postuma la pubblicazione di questo breve scritto, inserendolo, quasi celato, nel quinto volume delle Correspondance littéraire, philosophique et criticque, raccolta di brani di Diderot e von Grimm destinata alle corti europee degli inizi dell’Ottocento, volle dargli come titolo “Saggio sull’arte di strisciare a uso dei cortigiani”.

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1 risposta a Il riconoscimento delle capacità dei migliori

  1. Fabrizio scrive:

    Il riconoscimento della capacita’ dei migliori, di aver varcato la soglia psicologica dei venti milioni di biglietti venduti ad EXPO’, come lo vogliamo identificare e/o analizzare?
    Dal punto di vista di dentro!O dal punto di vista di fuori !
    Diciamo entrambi!
    Dal punto di vista di dentro e’ il solito annuncio di marketing psicologico comunicativo e fregandosi altamente di una reale ed attenta analisi qualitativa e quantitativa.
    Qualitativa e quantitativa nel far conoscere ed apprendere, non il numero dei biglietti venduti ma antropologicamente parlando ,l’affluenza generazionale e l’affluenza generale totale ( molto di piu’ di venti milioni)
    Qulitiativa e quantitativa nello specificare il numero dei biglietti venduti per tipogia di biglietto; giornaliero, speciale famiglia , abbonamento, eccetera ed eccetera.
    Quantitativa”qualificata e non assoluta” cosiderando che una buona parte di biglietti sono stati venduti ai soliti visitatori che per esigenze di tempo e spazio si sono recati ad Expo in due tempi.

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