E li pagano pure

Ho letto solamente ieri sera il commento di Aldo Grasso per il Corriere della Sera a proposito della decisione di Stefano Fassina di abbandonare il Pd. La tesi dell’editorialista, in sintesi, è che in certa sinistra, quella che non piace a lui, ci sarebbe quasi una malattia genetica che porta al frazionismo, e quindi i vari Fassina, Civati, Cofferati e altri, non starebbero facendo nulla di nuovo se non ripercorrere le vie già praticate prima e che ancora in futuro saranno praticate, di nuovo a sinistra e nuovamente scissionistiche.

Bene, quella di Grasso non è una tesi nuova: i bar sono pieni di gente che la pensa così e si profonde in non dissimili analisi. Solo che i giornali, un po’ come succede per internet e con i social network secondo Umberto Eco, amplificano quelle parole che altrimenti sarebbero limitate al tempo che passa fra un bianchetto e una stravecchia, dando a esse la parvenza di esposizione ragionata. E, a differenza di  quanto accade in rete o nei caffè, gli autori di tali perle di saggezza vengono pure, a volte lautamente, retribuiti.

Ora, penso che se alla nota firma di via Solferino si chiedesse un giudizio sull’atteggiamento frazionista avuto dalla ministra Giannini o dall’onorevole Migliore, così come dai vari Alfano, Lupi e Ncd cantando, egli potrebbe rispondere, e senza palesare alcuna ironia, che in quei casi si tratti di maturazione autonoma e responsabile di un percorso politico. Eppure, anche quelli si sono scissi dai loro gruppi, per fondarne di nuovi o aderire ad altri già esistenti, perché sarebbe diverso? Perché solo la sinistra sarebbe affetta da quella tara a livello genetico? Perché non anche il centro o la destra, visto il pulviscolo di formazioni che quei campi cercano di occupare?

Il perché lo sappiamo, e lo sanno pure coloro che la pensano “alla Grasso”, per così dire. A essere inconcepibile non è l’atteggiamento di quanti dalla minoranza passano all’opposizione, perché ciò è insito proprio in quel ruere in servitium di cui già parlava Tacito, o quel volare in soccorso del vincitore, secondo la caustica definizione di Bruno Barili ripresa poi da Ennio Flaiano, verso cui da sempre le italiche propensioni, ancor più quelle delle classi dirigenti e di chi a esse porge la penna e regge il foglio, volgono.

Quello che desta scalpore, invece, è la pratica di quanti, non sentendosi (a torto o a ragione, non è questo il punto) rappresentati da quei vincenti e parte di quelle vittorie, non preme nella fila per il selfie-opportunity con i trionfatori pro tempore, ma cerca di capire se quelle affermazioni e quanto si sta facendo e si vuole ancora fare hanno una coerenza e un’attinenza con le idee che si sostenevano e si sostengono.

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