Alessandro non ce l’ha fatta

Oggi non posso scrivere di altro. E non voglio nemmeno. E non intendo neanche scrivere tanto. Alessandro non ce l’ha fatta. L’altro giorno mi ero unito a quelli che gli auguravano una pronta guarigione, idealmente stringendomi in un abbraccio con i suoi compagni e la sua famiglia. Ma la ghisa fonde a oltre milleduecento gradi, e se ti investe il novanta per cento del corpo, è difficile sopravvivere.

Nei tg della sera, ieri, non l’ho sentita. La notizia di uno fra mille che muore di lavoro, si perde fra i gargarismi di qualche potente e i rutti di qualcun altro. Fosse stato almeno per colpa di un immigrato, un cammeo in qualche telegiornale l’avrebbe avuto. Ma non è colpa di nessuno, certo, perché lì, all’Ilva di Taranto, funziona tutto bene, ovvio, e se si muore, beh, di qualcosa si dovrà pur morire.

Alessandro Morricella aveva 35 anni, una moglie, due figli. Sapete l’aria che risale la Valle d’Itria? Conoscete l’effetto che fa il libeccio quando spira fra le rocce di quella murgia che ha la forza di spingersi fra lo Ionio e l’Adriatico? La terra che vira al rosso, le querce, gli ulivi? Alessandro sì. Era di Martina Franca, la città che domina quella depressione carsica riempita di trulli, e pensava di poter veder crescere in quegli stessi luoghi in cui era cresciuto lui i propri figli, invecchiando con la propria moglie. Niente da fare.

Io oggi non ho più parole. E non ho voglia di cercarne. Ciao, Alessandro.

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