Vous n’êtes pas Charlie

Se volete vedere il vero volto dell’Europa, cercatelo a Pont Saint-Ludovic, dopo i Balzi Rossi, andando da Ventimiglia a Mentone. Da lì a occidente è Côte d’Azur e dietro un piccolo promontorio che lo nasconde alla vista c’è Monaco. In quel punto, la Gendarmerie francese sbarra la strada ai disperati che non ha fermato il deserto, che il mare non ha ucciso: per loro, là il viaggio finisce.

Vous n’êtes pas Charlie, mie cari migranti. Charlie abita in qualche arrondissement elegante del centro, voi al massimo volete raggiungere i vostri parenti in un’oscura e grigia banlieue. Charlie è di sinistra, e magari ha votato socialista, ed è proprio un governo socialista, un po’ più ipocrita dei fascisti, che vi spiega che non dovete entrare e magari, mon dieu, insozzare i parchi e le strade tirate a lucido. Se anche loro ve lo dicono, arrendetevi.

Anzi, arrendiamoci. Su quegli scogli, con quei fratelli erranti, come le onde che di notte han fatto loro compagnia col proprio continuo sussurro, s’infrange il mito di un continente diverso e possibile. Non parlate più, vi prego, di Liberté, Égalité, Fraternité. Oppure no, fatelo ancora, tanto, che fraternità, uguaglianza e libertà vuoi dare a dei poveri dalla pelle nera: dopotutto, non era poligenista, che è un modo come un altro per dire razzista, anche Voltaire?

Spiegatemi qual è il concetto di Europa che dovrei difendere? Qual è l’ideale in cui dovrei credere? Quel è il motivo che differenzia, in quello, gli europeisti convinti e sicuri? Perché se l’Unione è un ombrello sotto cui far transitare cavoletti senza dazi o capitali senza spese, ma da chiudere con protervia quando è su altri che s’abbatte il temporale, allora tenetevela.

E quando e se ci cercherete per difenderne i valori dopo averli quotati in borsa, ricordate dove ci avete lasciati: su quelle pietre bagnate dai flutti, in una notte di quasi estate, per paura che sporcassimo le banchine delle vostre stazioni, i pavimenti nelle vostre sale d’aspetto, i sedili dei vostri treni.

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